venerdì 16 settembre 2016

Lamento + azione = rivoluzione!


Dire che questo ufficio è in disordine e lamentarsi perché nessuno se ne occupa è un’azione giudicante. Innesca polemica e non risolve la questione. Sono le lamentele che ascolti tutti i giorni, da Facebook al telegiornale. Dire, invece: «Credo che questo ufficio abbia bi- sogno di una sistemata, ho chiamato il pittore e mi ha detto che ci potrebbero volere tre giorni, e possiamo farlo se voi mi date una mano in questa cosa», ha un significato diverso. Devi offrire la tua soluzione personale, il tuo impegno e il tuo coinvolgimento in compiti precisi di altri. In estrema sintesi:

Lamento + inazione = malattia.

Lamento + azione = rivoluzione!

Hai presente tutti i vari “Je suis Charlie” e le bandiere trico- lori che hanno riempito le bacheche del mondo? Dove sono, adesso?

La frase «ama e fa ciò che vuoi» di Agostino di Ippona è la summa di questo approccio: deciso il tuo intento, agisci di conseguenza, nei modi che credi: non è “ama e sii gentile”, ma ama e decidi i mezzi più opportuni di difendere il tuo Amore. Ma, soprattutto: fa’!

C’è chi sugli spalti dello stadio inveisce contro l’arbitro con gli epiteti che conosciamo, chi invece tace: ma chi sta giocando la partita?

Possiamo essere spettatori urlanti o spettatori silenti: ma que- sto non cambia la nostra natura di spettatori, fino a quando non decidiamo che quella partita la vogliamo giocare in prima persona.


Faccio un altro esempio molto pragmatico: in ufficio c’è una macchia sul muro.

Luigi: vede la macchia e tace.
Giorgio passa e dice: «Ma guarda qua! Come si può?». E se ne va.

Luca dice: «Ah! Una macchia sul muro! Qualcuno dovrebbe assolutamente intervenire!».

Filippo: «Guarda la macchia, prende uno straccio e la pulisce». Alessandro: Guarda la macchia, prende uno straccio, la puli- sce, torna alla sua postazione e propone un protocollo per la verifica della pulizia dell’ufficio.

Se non posso o non voglio fare nulla per la macchia, devo tacere.

Chi giudica non è sostanzialmente diverso da chi tace, ma chi giudica offre frustrazione senza soluzione, soprattutto senza indicare quale sia e sarà il suo preciso impegno per risolvere la situazione di cui si lamenta. Appare socialmente più “coinvolto e attivo” ma ciò che di fatto avviene è un risucchio energetico.

Se qualcuno ha già raccontato tre volte, dico solo tre volte, un suo disagio personale, relazionale, o professionale, senza aver compiuto alcun gesto concreto per modificare la situazione di cui si lamenta, matura una convinzione razionale che il suo problema non abbia di fatto soluzione.

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