lunedì 24 aprile 2017

MACRON ; LE GRAND MERDE (in TV stronzate a go go )

Per fare questo lavoro, soprattutto quando si ha a che fare con eventi importanti come il voto francese, occorre non limitarsi a leggere le analisi dotte, la stampa autorevole, i commentatori più illuminati. Bisogna scavare e guardare come reagisce la pancia del Paese a certe situazioni ma, soprattutto, è necessario capire come l’informazione dell’uomo qualunque – leggi i talk-show – raccontano l’esistente e tratteggiano il futuro. L’ho fatto e, tra molte atrocità che ho dovuto ascoltare pressoché a reti unificate, voglio estrapolare alcune perle assolute emersa da quelle trasmissioni di nicchia che non sono il talk classico, quelli li guardano in dodici e sanno a cosa vanno incontro ma nemmeno il cazzeggio puro. Insomma, si passa dalla Siria alla dieta detox senza soluzione di continuità: le più pericolose in assoluto, perché viste da gente che, tendenzialmente, non ha gli strumenti per capire la quantità di stronzate che gli vengono propinate.

Primo, Emmanuel Macron piace. Piace pressoché a tutti, essendo la trasposizione politica di Medioman della Gialappa’s Band: laureato nella fucina della classe dirigente francese, poi carriera alla Banca Rothshield, il nostro pupillo di Francia lo scorso agosto decide di mollare lo scranno da ministro dell’Economia e di fondare il suo movimento, En Marche!, proprio per puntare al bersaglio grosso delle presidenziali. Insomma, uno che non si era mai candidato a nulla, nemmeno a rappresentante di classe al liceo, sta qualche mese al ministero e poi subito Eliseo, il tutto a 39 anni. Non vi ricorda qualcuno, catapultato in politica con un partito inesistente e subito al potere, grazie anche a buoni uffici craxiani? Di fatto, Macron è un one-man-party come Silvio Berlusconi e En Marche! è un “partito di plastica” esattamente come Forza Italia ma guai a farlo notare: comunque sia, ha fermato l’ondata nera della Le Pen, quindi è strafigo. E, soprattutto, tutti ne parlano come se lo conoscessero da sempre, un po’ come fanno i fan quando parlano del loro cantante preferito, chiamandolo con il nome di battesimo.


Insomma, l’uomo perfetto: europeista convinto, contrario ai nazionalismi, aperto su tematiche sociali, liberale in economia, filo-atlantista (tanto che ha millantato hackeraggi russi in campagna elettorale, come se Putin sapesse chi cazzo è Emmanuel Macron e, soprattutto, lo cagasse di striscio). Di più, autore di un miracolo: la riabilitazione postuma – e temo, in molti casi, la scoperta assoluta dell’esistenza – di Charles De Gaulle da parte della sinistra italiana. La quale, dopo averlo trattato da reazionario conservatore da cui tenersi a distanza, ora l’ha praticamente elevato a nuovo Lenin liberatore dei popoli, visto che pur di andare addosso alla destra che si riconosce nella Le Pen, ha issato a bandiera di riferimento il fatto che il generale fosse il capo della Resistenza francese, scomodando l’OAS, Le Pen padre e temo anche “Casablanca”, di cui ho la certezza che nella ultime 36 ore siano schizzati alle stelle sia i download che la vendita di dvd, tanto per farsi trovare con la citazione cinematografica pronta, che fa sempre figo in casa PD, da Veltroni in poi.

Ma, soprattutto, il buon Macron è oggetto della pruderie peggiore. Perché diciamocela tutta, la cosa che interessa di più di Macron è la leggenda sulla sua presunta omosessualità e, soprattutto, il possibile sbarco all’Eliseo come premier dame di Brigitte, la moglie di 24 anni più grande che è stata sua insegnante: roba che Barbara D’Urso ci campa una sessantina di puntate. Insomma, al netto delle pippe su come Macron salverà la Francia e l’UE dal populismo, ciò che interessa è l’arrivo della milfona alla presidenza della Repubblica, tanto che il Daily Mail ha ironizzato, sottolineando come, se in America una prof va a letto con un 15enne, finisce in galera, mentre in Francia diventa first lady. E il tema, per quanto inutile, è saltato fuori ovunque, dalle trasmissioni più compassate della Rai fino a quelle più “popolari” di La7.

La quale, stamattina, sul tema ha sfoderato un asso tra i commentatori in studio a “L’aria che tira”: Simona Izzo, sedicente attrice e regista, meglio nota alle cronache come moglie di Richy Tognazzi ed ex di Antonello Venditti (praticamente alle soglie dell’anonimato sociale tra i vip, l’impersonificazione dell’aforisma di Andy Warhol rispetto ai 15 minuti di celebrità che spettano a tutti), invitata per presentare il suo ultimo film, immagino destinato a incassi al botteghino pari a quelli del settore ospiti di Milan-Empoli. Dotata di labbra a canotto, di cui è stata un’antesignana insieme a un’altra pasionaria della sinistra chic, Alba Parietti, la nostra ha esordito così: “Uno così lo voterei solo perché ha sposato una donna più grande e gli è restato fedele tutti questi anni”.



Ora, al netto che le natiche di Macron sono parecchio chiacchierate Oltralpe, questione che riguarda comunque soltanto lui, la domanda sorge spontanea: perché Myrta Merlino ha sentito il bisogno di interpellare Simona Izzo sulle presidenziali francesi? Se l’ospitata era la classica marchetta per il film in uscita, normalità assoluta per l’Italia, perché non riservarle uno spazio protetto a parte, evitando al pubblico uno scempio superiore a quello cui aveva già dovuto assistere dalla sera prima, tra inviati RAI nativi di Castellamare di Stabia che si lanciavano in accenti da Quinto Arrondissement e arrampicate sugli specchi per dimostrare che la Le Pen usciva sconfitta dal voto? Perché non invitare Checco Zalone a parlare di manovra correttiva, allora? Oppure Morgan a discettare di legge elettorale?

Perché deve passare questa moda, lanciata da Bruno Vespa che ne renderà conto a Dio, della starlette che oltre delle sue cazzate, parla anche per forza di politica? Meraviglioso, sul finale di trasmissione, il teatrino sul 25 aprile. Aizzati dalla Santanché, gli ospiti hanno cominciato a sciorinare il repertorio classico ma lei, Simona Izzo, novella Francoise Sagan, ha voluto leggere una poesia di Ungaretti dedicata ai caduti della Resistenza. Ora, al di là che l’eloquio aveva lo stesso trasporto regalatoci da Andrea Pirlo nello spot dello shampoo Fructis, perché una che nella vita ha gravitato attorno al mondo delle commediole scollacciate, girovagando tra un talk-show e l’altro per parlare unicamente di adulteri e famiglie allargate e vivendo con dodici domestiche e svariati lacché, deve diventare testimonial del 25 aprile in televisione? O parlare al pubblico di presidenziali francesi? Mistero. O forse no. Un dubbio enorme mi assilla: se ci trovassimo di fronte alla situazione contraria, ovvero la professore che concupisce la studentessa 15enne, salvo poi sposarla, tutte le Merlino e le Boldrini di questo mondo avrebbero detto che era una favola meravigliosa o avrebbero scomodato la parolina che inizia con la “p” e finisce con “filia”? Chissà.


Ma non basta, perché nella medesima trasmissione che mi ha accompagnato fino alle 13.30, è stato trattato un altro fatto di cronaca avvenuto nel fine settimana appena conclusosi: il raduno dei centri sociali meridionali sul pratone di Pontida, in nome dell’orgoglio terrone e in risposta alla visita di Matteo Salvini a Napoli lo scorso marzo. Per carità, in sé nulla di strano: erano in 1500 che hanno ascoltato musica dal vivo, ballato e bivaccato ma il fatto “sconsacrante” è stato farlo su quello che i leghisti ancora definiscono il “sacro suolo”, oltretutto con le scritte “Padroni a casa nostra” cancellate prima dell’arrivo degli ospiti, per non dare adito a provocazioni.

Ognuno fa ciò che vuole, se ti diverti a spararti 1600 chilometri avanti e indietro per ballare sul prato di Pontida, pensando di aver compiuto chissà quale atto rivoluzionario, il problema è solo tuo (e serio) ma non crea disagio alla comunità (se non a quella scientifica, nel vano tentativo di dare una spiegazione a certi fenomeni umani). Il problema è che a finire sotto accusa, divenendo notizia nella notizia, è stato il sindaco di Pontida, il quale ha emanato un’ordinanza di chiusura pressoché totale della città in concomitanza con il ritrovo terrone (si autodefiniscono loro così). Con una foga degna della madre nella Corazzata Potemkin, ecco che sempre Myrta Merlino parte all’attacco: “Cosa vuol dire, che tutti i napoletani sono pericolosi? Io sono napoletana e non mi pare di essere una black bloc”. Applausi della studio e degli ospiti in studio, delizia per l’orecchio buonista di bocca buona, quello che si masturba quando vede il poster di Che Guevara nelle stanzette da letto dai protagonisti delle fiction. Il problema è che questi



sono napoletani e sono, casualmente, gli stessi che hanno organizzato sia le contestazioni a Salvini a Napoli che la pagliacciata di Pontida: fanno capo al centro sociale Insurgencia e non sono esattamente delle dame di carità. Quindi, al netto delle buone intenzioni manifestate a parole, il sindaco è stato poi così fuori dal mondo a volersi cautelare? Per la Merlino e soci, sì, è stato un orrendo gesto razzista. Forse perché, tanto per non sembrare davvero in dodici di passaggio, i simpatici insorgenti terroni hanno imbarcato anche parecchie risorse, così da mandare un duplice, profondissimo messaggio politico e sociale a Matteo Salvini. Quasi a voler confermare che, dove non c’è da fare un cazzo e farsi strumentalizzare, loro sono sempre ben felici in prima fila. Ma cosa volete farci, l’aria che tira è proprio questo, miglior titolo La7 non poteva trovarlo per quella trasmissione.


Ma attenzione, perché a mettere del pepe ulteriore sull’inizio di settimana ci ha pensato il rientro in Italia di Gabriele Del Grande, il blogger-regista detenuto quasi due settimane in Turchia perché pizzicato senza permessi in una zona dove i giornalisti non possono operare (Erdogan sarà anche stronzo ma se siete tutti Travaglio con il culo degli altri, quando si parla di regole e legalità, devono valere anche per la meglio gioventù e la generazione Erasmus). Appena atterrato all’aeroporto di Bologna, ha dichiarato di non aver subito alcuna violenza fisica “ma istituzionale” e ha subito inviato un pensiero a tutti i giornalisti detenuti in Turchia. Salvo, poi, sottolineare il fatto di essere digiuno da sette giorni, visto che aveva ingaggiato uno sciopero della fame per protesta e che, quindi, il suo pensiero più urgente adesso era per il cibo: “Ne ho bisogno”. Ora, guardate la foto scattata all’aeroporto:

vi sembra patito? Vi pare uno che è stato costretto in un centro di detenzione turco e ha digiunato per una settimana? Ora, capisco che questo è il Paese che ha paragonato per anni i digiuni a colpi di cappuccini iper-zuccherati di Marco Pannella a quello un pelino più serio di Bobby Sands, credendoci oltretutto ma dovete proprio prenderci per il culo? Almeno chiamate gli “Elmetti bianchi” per un po’ di make-up serio, roba che lo tramuti davvero in uno che si è cagato addosso (o è stato gasato a Idlib, va bene uguale), altrimenti anche il minimo sindacale di credibilità che può avere un’operazione gestita da Angelino Alfano crolla miseramente. Eh già, il nostro ministro degli Esteri dall’inglese che fulmina e ricorda Shakespeare prima maniera avrebbe sbloccato l’impasse nella notte, tutto da solo, tramutando una detenzione che solo due giorni fa l’avvocato di Del Grande aveva definito “a rischio di prolungarsi parecchio” in un ritorno a casa lampo, un blitz da vero principe della diplomazia.

Casualmente, poi, liberato il giorno prima della festa della Liberazione: scommettete anche voi la cistifellea che, nelle duemila ospitate in cui dovremo sorbirci le pippe di Del Grande (Merlino in testa, state sereni), ci sarà un riferimento a questa coincidenza temporale? Per il resto, banco allo pari accuse contro il regime di Assad, propaganda pro-migranti e difesa a spada tratta del terzo settore, tanto per raschiare via un po’ di merda in via di essiccamento sulla reputazione di certe ONG, essendo Del Grande uno del grande giro di Soros e compagnia destabilizzante e invadente. Ultima certezza, questa legata all’esito favorevole dell’operazione diplomatica: abbiamo pagato. E tanto. Come sempre, come per Greta e Vanessa, come per tutti.

Quanto lo scopriremo in seguito ma state certi che Erdogan col cazzo che lo avrebbe liberato così rapidamente e senza una contropartita, soprattutto dopo la valanga di sterco che l’Italia, come tutta l’UE, gli ha riversato addosso dopo il referendum costituzionale. Ma ora occorre festeggiare: la liberazione di Del Grande, quella dell’Italia, i terroni in gita a Pontida e anche Simona Izzo che declama Ungaretti, anelando per un Macron e un Eliseo per ogni milf del mondo. L’eutanasia, a volte, non è l’epilogo crudele che sembra, guardando la realtà in faccia per quella che è.

sabato 22 aprile 2017

Più di 8mila sbarchi in 3 giorni: l’oscuro ruolo delle ONG private

Negli ultimi giorni l'Italia ha registrato un record di sbarchi senza precedenti. In poco più di 72 ore circa 8mila migranti sono approdati in Sicilia dopo una lunga traversata in mare. Numeri impressionanti, sopratutto se si considera che nel 2016 c'è stato un vero e proprio boom di arrivi sulle nostre coste: secondo i dati del Viminale, l'anno si è infatti chiuso con 181.436 arrivi. Nel 2017, con questi numeri, gli sbarchi potrebbero raddoppiare.

Con l'aumento degli sbarchi aumenta ovviamente anche la spesa interna dell'Italia. Nel Def (Documento di programmazione economica finanziaria) il governo ha indicato per quest'anno una spesa pari a 4,6 miliardi, vale a dire ben 1 miliardo in più rispetto al 2016. In pratica i flussi migratori ci costerebbero più della manovra e tutto questo mentre Padoan smentisce proprio Matteo Renzi, lasciando intendere che sì, anche quest'anno il Pd aumenterà le tasse agli italiani.

E' la solita solfa, con un'Europa che ci è totalmente estranea e indifferente, capace però di stringere un accordo di circa 10 miliardi con un apprendista rais come Erdogan per fermare la rotta balcanica. E l'Italia? E il Mediterraneo? Silenzio assoluto. L'unica voce ad oggi si è alzata da Vienna, che si è già detta pronta sigillare il Brennero nel giro di qualche ora nel caso di un nuovo boom di arrivi sulle coste siciliane.

Ma c'è un nuovo capitolo che sta emergendo in queste ore e che merita attenzione. Perché a quanto pare l'escalation di arrivi negli ultimi giorni potrebbe non essere casuale. Insomma, potrebbe esserci dietro una regia e a dirlo non è il M5S, bensì anche un'inchiesta aperta dalla Procura di Catania. Oltre ai trafficanti di esseri umani in Libia, sta emergendo la questione delle navi di alcune Ong private che soccorrono in mare sistemandosi al limite delle acque territoriali libiche (o spingendosi addirittura all’interno). Parliamo di circa una dozzina di ONG tedesche, francesi, spagnole, olandesi, e molte di queste battono bandiere panamensi o altre “bandiere ombra”. Se ne starebbero "parcheggiate" a Malta, per poi avvicinarsi a poche miglia dalle coste libiche, e sempre nella stessa area molto circoscritta in prossimità di Tripoli. Caricano i migranti -salpati su gommoncini economici adatti a percorrere quelle poche miglia-, e poi li consegnano ai porti italiani prima di ritornare alla loro base maltese.

Un meccanismo assai controverso, di cui si sa poco e nulla. Ad esempio non si capisce chi sono i finanziatori di queste Ong, il che non è certo un dato marginale. Se si pensa che l'operazione Mare Nostrum ci costava 10 milioni di euro al mese possiamo immaginare quanto sia alta la spesa di queste organizzazioni, in grado di armare navi da milioni di euro e persino di servirsi di droni. Da dove arrivano questi soldi? In base a quale accordo queste Ong se ne stanno a ridosso delle coste libiche per fare il pieno di migranti e portarli in Italia? Con chi si relazionano in Libia?

E il governo, in tutto questo caos, cosa sta facendo? Se pensavano di sfangarla con la pseudo-intesa firmata da Minniti ed al-Sarraj si sono fatti male i conti. Ci avevano detto che l'accordo avrebbe messo un freno ai flussi migratori. Il risultato, invece, è che gli sbarchi sono aumentati del 46%...

di MoVimento 5 Stelle

http://www.beppegrillo.it/2017/04/piu_di_8mila_sbarchi_in_3_giorni_loscuro_ruolo_delle_ong_private.html
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venerdì 21 aprile 2017

IL BUSINESS DELLE ONG

I coniugi Catrambrone gestiscono una Onlus basata a Malta: in tre anni ci hanno portato 33.000 stranieri. Adesso indagano i pm.

di MAURIZIO BELPIETRO per “La Verità” 21 aprile 2017

La bella coppia che vedete nella foto qui di fianco è responsabile di gran parte degli sbarchi di profughi sulle nostre coste. Sono loro, i coniugi Regina e Christopher Catrambone, imprenditori italoamericani trapiantati a Malta, a dirigere e finanziare le operazioni di «salvataggio» dei migranti a poche miglia dalla Libia. Sempre loro che, con navi, droni e da poco un aereo, pattugliano le acque del Mediterraneo alla ricerca di extracomunitari da portare in Italia. Nella sola giornata del sabato di Pasqua si vantano di avercene consegnati poco meno di 2.000, ma da quando operano nella zona, cioè dal 2014, il loro palóttoliere indica con orgoglio più di 33.000 persone. Certo, forse non tutte sono state sbarcate nei porti della Penisola, perché qualcuna è finita anche in Grecia, ma diciamo che il grosso dei «soccorsi» ci è stato donato da loro.


La loro fondazione, quella che sta dietro a tutti i salvataggi, ha sede a La Valletta, isola di Malta, dove Regina e Christopher hanno messo le radici delle lucrose attività nel ramo assicurativo e della copertura di chi opera in zone di guerra o a rischio terrorismo. È da lì. che partono le missioni nel Mediterraneo. Vi chiedete perché, se la nave della coppia esce dai porti della piccola repubblica mediterranea, non vi faccia poi ritorno dopo la pesca, cioè con il suo carico di migranti? Bella domanda.

Forse perché la polizia maltese ha già dato prova di non gradire il traffico di profughi su una nave che batte bandiera del Belize e ha già respinto le imbarcazioni cariche di stranieri che si avvicinano alle coste dell’isola? La risposta non c’è, ma è molto probabile che sia così. Mentre Malta respinge, noi accogliamo e i coniugi Catrambone dunque fanno la spola tra le acque di fronte alla Libia e i porti della Sicilia. Negli ultimi tempi, quello in atto sembra un regolare servizio di traghetto a diposizione di chi voglia emigrare.



Naturalmente, i due italoamericani non lo fanno per soldi, ma per filantropia. Fatta una vacanza a Lampedusa e avvistata sulla rotta verso Tunisi una giacca a mare, forse appartenuta a qualche profugo, i signori Regina e Christopher, decisero che invece di comprarsi una casa avrebbero acquistato una nave che facesse avanti e indietro da una sponda del Mediterraneo all’altra. Detto fatto, con una Onlus, cioè una fondazione che raccoglie finanziamenti senza dichiarare bene da dove arrivino, si sono fatti la navetta tra Libia e Italia. Risultato, in appena tre anni, 33.000 passeggeri. Bel traguardo e ovviamente gli italiani ringraziano, perché finalmente c’è qualcuno che porta un po’ di extracomunitari a domicilio.

Non ci bastava la nostra Guardia costiera, comandata in servizio permanente non a pattugliare le nostre acque, ma a svolgere un servizio di trasporto di cui approfittano gli scafisti e i trafficanti di vite umane. No, ci volevano anche gli imprenditori privati, i quali da un lato vendono assicurazioni e dall’altro si assicurano un posto in paradiso soccorrendo i profughi.


Adesso l’andirivieni di imbarcazioni e l’aumento del flusso di migranti consegnatici direttamente a domicilio cominciano a insospettire le forze politiche e perfino gli inquirenti, che si interrogano sul ruolo di queste cosiddette organizzazioni non governative.

Davanti agli esponenti della commissione parlamentare sono sfilati i procuratori che si occupano del fenomeno e anche alcuni dirigenti delle organizzazioni umanitarie. E dalle testimonianze è emerso il dubbio che dietro i salvataggi ci sia una struttura che si muove quasi in maniera militare, che i soccorsi non siano casuali, ma che ci sia una regia.

Finalmente qualcúno comincia dunque a chiedersi che ruolo abbiano le Ong, chi siano i loro finanziatori e quali obiettivi si pongano, e soprattutto quali accordi abbiano preso e con chi per riuscire a esercitare la cosiddetta ricerca attiva. Non più cioè soccorsi in mare a persone che rischiano di affogare, ma ricerca di chi vuole emigrare.

Il direttore di Save the Children, la più nota delle Ong, pare che in commissione abbia dichiarato che «quando girano .così tanti soldi, non si può escludere qualche affare sporco». Ecco, forse è il caso di fare un po’ di pulizia.

Perché se ormai le flotte private ci consegnano più profughi di quelli raccolti dalla Guardia costiera c’è qualcuno che ha interesse a farlo. E non è detto che l’interesse sia solo guadagnarsi un posto in paradiso.

ORO : LE BANCHE CENTRALI COLTE IN FLAGRANTE !

Come spiegato appena due giorni fa in questo articolo, la manipolazione dell’oro da parte di banche centrali e istituti di credito collusi è ormai sistematica. Al punto che possiamo stare sicuri che i livelli di guardia di 1300-1350 dollari l’oncia non saranno mai superati.
La prova? Non appena l’oro ha “osato” raggiungere il “pericoloso” livello di 1286 dollari, i manipolatori hanno scaricato le loro bombe di carta (i certificati “short” sull’oro).
La prima bomba è stata sganciata martedi:
La freccia rossa indica il ribasso provocato ad arte dalla vendita short dei contratti.
Ma come si vede dal grafico, l’oro ha resistito a questo attacco (quasi sfidando i manipolatori) arrivando a 1290 dollari (freccia verde)!
Ecco allora la seconda bomba sganciata ieri:
Ribadisco ancora una volta: finché alle banche verrà permesso questo comportamento disonesto, è inutile aspettarsi che l’oro abbia un comportamento “normale” basato solo sulle condizioni economiche e sul mercato.
Il prezzo dell’oro è e sarà sempre quello che decideranno le banche centrali.
Solo tre fattori potranno scardinare questo sistema criminale:
  1. una seria inchiesta da parte di qualche istituto regolatore che smascheri i delinquenti e li renda inoffensivi (improbabile)
  2. un evento traumatico (crash di borsa, guerre, ecc.), in cui però il prezzo dell’oro viene “liberato” solo per il tempo sufficiente a far rientrare l’evento nella norma
  3. un collasso dei depositi di oro che emettono questi certificati fasulli (in pratica, se tutti i possessori di questi certificati chiedessero nello stesso momento la risoluzione del loro contratto con la restituzione del collaterale di oro fisico, i depositi, non avendo oro sufficiente, andrebbero in bancarotta).
L’evento 3 sarebbe l’unico in grado di mettere davvero la parola fine a questo sistema manipolatorio, ma può essere scatenato solo da circostanze molto estreme.
Infatti chi possiede un certificato di deposito (o un suo derivato di borsa) sa benissimo di non avere altro che un pezzo di carta senza alcun corrispettivo reale nella disponibilità di oro fisico nei depositi.
Ma data la vastità di questo mercato, a tutti i possessori di certificati conviene mantenere questo “segreto di Pulcinella”, per evitare appunto che la corsa agli sportelli dei depositi polverizzi il valore dei loro pezzi di carta.
Un possessore di certificati di deposito si recherà a reclamare il suo oro fisico solo se costretto da eventi esterni molto gravi.
Mettiamo ad esempio che ci sia davvero un’inchiesta che metta in galera almeno gli esecutori, se non i mandanti di queste azioni disoneste.
A quel punto, forse alcuni possessori di certificati potrebbero pensare che il valore dei loro pezzi di carta sia a serio rischio di crollo.
Pur sapendo che i depositi non hanno oro sufficiente per tutti, andrebbero lo stesso a reclamare il loro collaterale, pensando di arrivare prima degli altri.
Alla fine, alcuni riusciranno ad ottenere il loro oro, ma la maggioranza resterà a bocca asciutta. E intanto i depositi faranno bancarotta e non potranno più emettere certificati, facendo mancare ai manipolatori la “materia prima” per continuare le loro azioni criminali.
E’ un sogno?
Per ora si, ma è anche vero che nessun sistema umano, criminale o no, è eterno, come aveva detto un certo giudice…
Personalmente, spero di vivere abbastanza da poter assistere al trionfo della giustizia.
Alla tua prosperità!
Il team di Segnali di Borsa

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giovedì 20 aprile 2017

L’uomo medio, come gli asini sopporta tutto, ma detesta gli uomini liberi che non vogliono restare schiavi come lui

La sopportazione dell’uomo medio, ovvero “se tutti facessero come me”

L’uomo medio sopporta molte cose, ma se c’è una cosa che proprio non sopporta, è sapere che qualcuno ha smesso di sopportarle.

Negli ultimi anni ho maturato una posizione sempre più aspra contro l’attuale sistema del lavoro. La mia reazione è stata “mollare tutto e partire”, nel contesto più ampio di una personale ricerca della Felicità.




Quando racconto la mia storia però, c’è sempre qualcuno che mi risponde: “eh, bravo, però se tutti facessero come te, chi fa il pane, dopo? La società crollerebbe”.

Oggi rispondo a questo:

Io non sono semplicemente uno che “ha mollato tutto ed è partito”, questo è l’aspetto più superficiale. Nella sostanza, io sono uno che negli ultimi cinque anni si è dedicato più alla ricerca della propria serenità che alla carriera o al denaro.
Se tutti facessero come me la società crollerebbe?

No, cambierebbe, ed è un’ottima ragione per insistere.


La società non è un ente astratto e immutabile, una scatola che ci contiene e determina i nostri confini. Siamo noi la società, ognuno di noi lo è, e se ci muovessimo tutti nella stessa direzione, essa seguirebbe di conseguenza.


Se tutti facessero come me, o qualcosa di simile, la società farebbe altrettanto, anteponendo il benessere delle persone al puro materialismo. I sistemi economici, produttivi e di governo evolverebbero per interpretare i nuovi valori. Non servirebbe più “mollare tutto e partire” per cercare la felicità.

Utopia? Certo che lo è! Ma una persona molto migliore di me disse, tanti anni fa: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Nel mio piccolo e con tutti i miei limiti ho fatto un passo in questa direzione.

Non predico l’anarchia o lo sfascio delle istituzioni.
Io credo nelle società degli uomini, nella legge, nella cooperazione e nell’amicizia tra i popoli, ma ciò che abbiamo creato con la civiltà occidentale è sbagliato. Si basa su valori fasulli che vanno contro la serenità dell’individuo. Il profitto è premiato più che il progresso reale; il consumismo vince sulla sostenibilità; la ricchezza di pochi è più importante del benessere di tutti.
Come può restare in piedi un sistema così sbagliato?

Esso si basa su fondamenta stabili:
la capacità di sopportazione dell’uomo medio.
Perché l’uomo medio sopporta l’idea di scambiare la maggior parte dei suoi anni migliori in cambio di denaro, che nella migliore delle ipotesi non gli serve, e nella peggiore non gli basta.

L’uomo medio sopporta lo stress per undici mesi l’anno, poi spende i soldi guadagnati per riprendersi la salute che ha perso per guadagnarli.

L’uomo medio sopporta i lunedì mattina, anche se li odia. Poi aspetta tutta la settimana l’arrivo del weekend, e lo passa annoiandosi.

L’uomo medio sopporta di dare le chiavi della propria vita a una banca, e di lavorare trent’anni per comprare una casa in cui passa meno tempo che in ufficio.

L’uomo medio sopporta gli aumenti del costo dell’energia, le nuove tasse, i tagli all’istruzione e alla sanità, le sistematiche prese per il culo dei politici, i reality in televisione, l’informazione deviata, le notizie sui vip in vacanza e gli allarmi sulla pandemia annuale.

L’uomo medio sopporta anche l’inquinamento, le guerre pilotate, la deforestazione, i massacri, i fondamentalismi religiosi e l’odio razziale.

Ma se c’è una cosa che l’uomo medio proprio non sopporta, però, è sapere che qualcun altro ha smesso di sopportare tutta questa merda.

Perché ogni persona che dice “basta” è uno schiaffo alla normalità e alla routine. È una sveglia, che ci strappa all’improvviso dal sonno profondo e ci costringe ad osservare la realtà. E la realtà è che tutti gli anni passati a sopportare questa o quell’altra cosa non torneranno mai più indietro. Troppo occupati a fare i bovini da soma per qualcun altro, il tempo è scivolato via dalle nostre dita addormentate, i nostri figli sono cresciuti e se ne sono andati via di casa, e i nostri sogni sono sbiaditi, dimenticati in qualche cassetto.
La realtà fa paura, e la paura è insopportabile.


Meglio rimediare subito allo strappo, mettere una pezza all’abitudine, e trovare una scusa qualsiasi per tornare a dormire, come se nulla fosse.

Una scusa come: “eh, se tutti facessero come te…”

Sarebbe davvero così brutto?


Fonte

mercoledì 19 aprile 2017

I dubbi di Mosca sull’attacco chimico diventano macigni. Che schiacciano alcune “coscienze”






Ci sono notizie e notizie, ormai anche quelli di noi più distanti dalla dietrologia hanno dovuto accettare questa triste realtà: alcuni morti hanno il sangue più telegenico, alcune vite sono più degne di essere vissute, alcuni missili sono benedetti mentre altri sono il nuovo sterco del demonio. Prendete i 68 bambini sterminati nella strage di sfollati sciiti di Aleppo: chi ha piazzato il pick-up carico di esplosivo, prima di attivare il detonatore, è stato così carino da distribuire pacchetti di patatine, in modo che in bambini venissero richiamati a frotte. Poi, il botto. Il sangue. Le menomazioni. I pianti della madri. Ma per la CNN, come ci mostra questo brevissimo filmato,

CNN Reporter Nick Patton Walsh Calls Massive Car Bombing That Killed 126 Syrians A "Hiccup"


si è trattato di un “hicchup”, un contrattempo, un dettaglio, che comunque non ha fermato del tutto l’opera di evacuazione generale. Ma cosa volete, mica erano bambini uccisi dal sarin? Questi erano solo dei civili, oltretutto sciiti, magari pure cenciosi nel vestire e sporchi: va bene dedicargli un servizio in tv, va bene che ne parlino i giornali per un giorno ma non sperate in vendicativi missili Tomahawk che vadano a ripulire l’onta della loro inaccettabile morte o tantomeno aperture dei tg o prime pagine indignate. “Bellissimi bambini”, così Donald Trump ha definito quelli uccisi nell’attacco chimico del 4 aprile durante il discorso con cui annunciava la rappresaglia sulla base aerea dell’esercito siriano. Di più, si è saputo che a muovere il presidente USA verso questa decisione sarebbero state le lacrime della figlia Ivanka, cuore di mamma che non ha sopportato la vista di quelle immagini strazianti. E di queste cosa ne dici, cara Ivanka?

Quei bambini che corrono verso un pacchetto di patatine come si corre incontro alla fine di un incubo e che dopo pochi minuti, quando ancora le mani erano sporche di olio e si sgranocchiava via felici la paura, finiscono ridotti a brandelli dall’esplosivo, non ti fanno piangere? Loro possono morire? Le immagini sono ormai il cuore della guerra, perché creano l’unica vera informazione: quella emotiva. Quali immagini, però? In effetti, le uniche che abbiamo potuto vedere del famoso attacco chimico – debitamente censurate perché troppo cruente ed esplicite – sono quelle di due video casualmente girati dagli “Elmetti bianchi”, di fatto fiancheggiatori dei ribelli anti-Assad travestiti da protezione civile ma degni di Carlo Rambaldi, l’indimenticato papà di ET, quando si tratta di effetti speciali.

Insomma, diciamo che il mondo occidentale ha preso per buona una versione che definire di parte pare un garbato eufemismo. Ma si sa, qui c’è Assad da mettere in croce, lo stesso che Donald Trump ha definito “un animale malvagio” per ciò che ha fatto a quei bambini. Ad Aleppo, invece, non ci hanno nemmeno provato a tirare in ballo truppe siriane o russi per l’autobomba, quindi ci si è limitati ad archiviare in fretta l’accaduto come esente da responsabilità e a dimenticare quei bambini, ennesimi danni collaterali non meritevoli di una bella pioggia di Tomahawk in mondovisione. Per la CNN, poi, sono stati un dettaglio che non ha rallentato troppo le operazioni di trasferimento. Per gente così all’inferno deve esserci un girone speciale. Almeno spero.


Ieri mattina, però, nel silenzio generale dei media, è successo qualcosa. Mentre la sterlina andava in picchiata in vista della conferenza stampa a sorpresa di Theresa May, il portavoce del ministero della Difesa russo, il maggiore Igor Konashenkov, teneva una conferenza stampa per presentare la nuova base militare nell’Artico e, a margine dell’occasione, lanciava alcune accuse nemmeno troppo velate. Ecco le sue parole: “Sono passate due settimane dall’attacco chimico ma la zona dell’impatto a Khan Shaykhun, da dove gli abitanti dovrebbero essere stati evacuati, non è stata ancora identificata. La città continua a vivere la sua vita normalmente, né i cittadini, né gli pseudo-soccorritori hanno chiesto assistenza per medicinali, antidoti o agenti decontaminanti. E’ chiaro che, come in Libia e in Iraq, semplicemente non ci sono piani per portare avanti un’indagine qualificata da parte dei veri orditori dell’attacco chimico”.

E ancora: “Di quell’attacco, le uniche prove restano due video degli Elmetti bianchi. Nessuna tv britannica, statunitense o europea ha mostrato un singolo soccorritore o una persona colpita dai gas che non fosse tra quelli presenti nei due video”. Della serie, nessuno ha avuto interesse ad andare a fare un giro in zona nei giorni seguenti o a testimoniare quanto accadeva negli ospedali. Direte voi, avevano paura degli agenti chimici. Primo, come sottolineato da Konashenkov, la vita in città prosegue tranquilla e nessuno ha chiesto equipaggiamento o materiale particolare. Secondo, come hanno fatto gli “Elmetti bianchi” a operare praticamente in canotta e infradito subito dopo l’attacco, quando gli agenti sarebbero stati al massimo della mortalità? Ecco cosa ha detto stamattina Konashenkov, quando gli chiedevano dei dubbi espressi sull’accaduto da molti esperti: “Avendo conoscenza ed esperienza pratica, questi esperti non possono spiegare come gli “Elmetti bianchi” abbiano potuto lavorare in una zona colpita per così tanto tempo senza abiti protettivi e maschere anti-gas, pur restando vivi. Questi dubbi mettono in discussione le versioni diffuse da diplomatici e politici occidentali, i quali sono stati rapidissimi nell’accettarle e nel fornire un responsabile senza indagine o fact-checking”.

E qui non si tratta delle parole di un giornalista eterodosso o di un politico fuori linea, è il portavoce del ministero della Difesa russo – seppur con linguaggio diplomatico – a mettere in dubbio l’esistenza stessa di quella strage. O, quantomeno, la sua portata e dinamica. Lo stesso Vladimir Putin aveva parlato di un evento organizzato, ora l’esercito va oltre: che i russi abbiano in mano qualche prova schiacciante e che queste parole siano un monito al lanciatore di Tomahawk, il quale ha infatti saggiamente volto lo sguardo verso Oriente? Della serie, un altro errore in Siria e lo sputtanamento globale sarà di quelli senza precedenti?


Ma non ci sono solo morti di seria A e di serie B. Ci sono anche Ong credibili a prescindere, tipo l’Osservatorio per i diritti umani in Siria con sede a Coventry e finanziato dal governo britannico e AirWars, associazione formata da giornalisti, ex militari e ricercatori, i cui studi molto interessanti non godono però della stessa credibilità e della stessa eco mediatica. L’ultimo report, quello relativo al mese di marzo, ci mostra ad esempio che la coalizione anti-Isis guidata da USA e Arabia Saudita ammazza più civili con i suoi raid di quanto non facciano russi e militari di Assad: vi pare che dalla stampa mainstream si rifletta questo quadro? Eppure ce lo mostrano questo grafico

e anche i numeri: americani e soci avrebbero ucciso tra 1.782 e 3.471 civili, in gran parte sui fronti di Mosul (Iraq) e Raqqa (Siria), le due roccaforti dell’Isis. Ma non solo: per esempio, il 1 febbraio gli aerei americani (autori di oltre il 90% dei raid) hanno colpito un ospedale della Croce Rossa a Idlib, capoluogo della provincia siriana dove si è radunato il grosso dei jihadisti e dei ribelli (più o meno moderati) e dove ha avuto luogo anche l’attacco chimico che ha fatto piangere la povera Ivanka. E dove cazzo era Lucia Goracci? Perché non ha fatto uno dei suoi lacrimevoli report pediatrici? Forse perché non poteva incolpare i killer di Assad e Putin? Come vedete, ci sono anche ospedali di serie A e B. Oltretutto, nel mese di marzo le incursioni della coalizione internazionale sono diminuite del 21% sulla Siria (434 in tutto) e dell’1% sull’Iraq (268). Il problema è che ci sono meno raid ma il numero di bombe non cambia, quindi si sgancia di più: i membri della coalizione hanno sganciato un numero di ordigni del 13% superiore a quello di febbraio.

Insomma, si risparmia sul carburante ma il moltiplicatore del Pil deve trottare, quindi bombe come fossero noccioline in nome del warfare. Capita, però, che nella fretta un ospedale possa sembrare una casamatta. O un mercato possa apparire un campo di addestramento. O che una moschea diventi luogo d’incontro di miliziani di Al Qaeda. Ricordate, è successo lo scorso 16 marzo vicino ad Aleppo (se non ricordate non importa, i media hanno trattato con maggior interesse un intervento di Gianni Cuperlo). Rimasero uccise 38 persone, tutti civili: stavano partecipando a una funzione religiosa. All’epoca, il Comando militare americano del Medio Oriente (CENTCOM) aveva riconosciuto il bombardamento di una moschea nella provincia siriana di Aleppo, mentre il Pentagono aveva riferito che era stata colpita una struttura vicino ad una moschea. Mancava un drive-in a Milwaukee e la lavanderia dei Jefferson e poi le avevano dette tutte.

Tranne la verità, come spesso gli capita. E qual è la verità? “Gli Stati Uniti non sono riusciti a determinare che l’obiettivo del raid era una moschea dove era prevista una funzione religiosa. Inoltre, al momento del bombardamento nel luogo di culto islamico si svolgeva un seminario religioso… Una corretta analisi del target e di quello che si sarebbe svolto avrebbe potuto determinare almeno alcune di queste cose… Non è stata riscontrata alcuna prova che durante il raid nella moschea si svolgesse una riunione dei membri di Al-Qaeda o altri gruppi armati”. Perché ho messo le accuse tra virgolette? Perché non sono determinazioni del sottoscritto, bensì l’atto di accusa formale pubblicato sempre ieri mattina da Human Rights Watch (HRW), non esattamente un’emanazione non governativa del Cremlino o di Damasco. Un chiaro atto di accusa: di fatto, gli americani hanno bombardato a cazzo, fregandosene di prendere precauzioni e ammazzando civili che pregavano.

Indignazione al riguardo? Lacrime di Ivanka? Prese di posizione di Merkel e Hollande in seno all’UE? Un rutto per troppo cabernet da parte di Juncker? Nulla. Ma, soprattutto, vedrete che i media mainstream, quelli che sostengono le campagna contro le fake news dei blog, non dedicheranno spazio e indignazione a quanto denunciato da Human Rights Watch: eh già, perché le ong non sono soltanto buone o cattive, quando è necessario scatta la logica delle targhe alterne. Della stessa associazione, una notizia viene diffusa come se fosse la rivelazione delle tavole della legge, mentre un’altra interessa quanto il parere di Alfano al G7.

Ma loro sono la stampa autorevole, quella che si permette di fare le crociate, la caccia alle streghe contro le bufale, che si permette di sentenziare chi sia credibile e chi no nel raccontare gli avvenimenti. E non hanno vergogna. Nemmeno un pochino. Poco male, il dispetto più grande che gli si può fare è continuare a raccontare i fatti, sputtanandoli anche soltanto nel nostro piccolo mondo della Rete. Che poi tanto piccolo non è: sarà per questo che diventano ogni giorno più aggressivi e nervosi? Concludo con un messaggio per Funny: non provarci nemmeno ad arrenderti o ti vengo ad acchiappare. Se c’è un momento in cui ogni sforzo ha valore, è questo.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

VACCINO? NO GRAZIE !!!!!!!

















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martedì 18 aprile 2017

UN POPOLI DI CASTRATI GUIDATO DA CASTRATI

Avete temuto il Brexit? Vedrete come vi spaventerà Erdoxit…
Di Maurizio Blondet , il 18 aprile 2017 6 Comment

Altro che Brexit, l’Erdoxit. La Turchia diventa un gigantesco frammento dislocato e va per la sua rotta pericolosa e avventurista, e l’Unione Europea, la classe (cosiddetta) dirigente resta senza parole. Angela Merkel, quella che comanda su tutti noi, quella che ci ha fatto sborsare a tutti i 3 miliardi l’anno ad Erdogan per rimediare ad una sua ignobile follia, che fa? Auspica che il sultano apra “un dialogo rispettoso con le altre forze politiche e la società”; invoca Erdogan di “non mettere fine al sogno europeo”, cioè all’aspirazione di farsi ammettere nella oligarchia di burocrazie omologanti e stati de-sovranizzati e castrati: patetico, come se quell’ente che usurpa il nome di “Europa”, oggi prigione dei popoli, avesse ancora chissà quale capacità di attrarre, invece che di suscitare repulsione.

“La Turchia si allontana dall’Europa e si allinea al modo medio-orientale di far politica, a forma di governo autoritario”, riconosce Le Monde: è ancora ottimista, l’ex calciatore punta dritto al despotismo orientale, con in più l’arricchimento sfondato per sé e la sua famiglia. Ma almeno il popolo turco è tornato alla storia che è sua; ha riconquistato la sua identità, radicalmente anti-europea; s’è liberato dalle mascherature del carnevale UE, voterà la pena di morte (finalmente!), darà all’ex calciatore i poteri e prepotenze della Sublime Porta, e farà la sola cosa che sa fare, quella che fa meglio nella storia: distruggere, devastare dove passa.



L’eurocrazia mai così insignificante..

L’eurocrazia che sperava di irretirlo, castrarlo e neutralizzarlo – ciò che chiama “europeizzarlo” – avvolgendo il Turco nelle “direttive” e “normative”, scopre che l’antica bestia s’è liberata. La tristissima Mutti scopre persino che i “suoi” turchi “integrati alla Volkswagen”, insediati con le famiglie da generazioni, sono i più sfegatati erdoganiani, non le sono grati dei “diritti” e “parità” tanto lodati, anzi se ne infischiano; non sentono la lugubre Germania come la loro patria. Figurarsi se la sentiranno i 300 -500 mila l’anno che, secondo il progetto Kalergi adottato dall’eurocrazia, Boldrini e Mogherini, si integreranno nelle “normative” di Bruxelles e Francoforte.

Chiunque abbia ancora un resto di identità storica e nazionale, dalla UE vuole divincolarsi: i britannici e dall’estremo opposto, i turchi sgretolano l’utopica illuministica “unità”, l’Ungheria e la Polonia scalpitano e tirano le redini, e costringeranno Mutti a cedere.. Resta nella UE, e si fa comandare dalla Merkel e Draghi, da Juncker e Mogherini, solo chi vuole, solo perché “ha paura” della libertà e dei suoi rischi, di uscir dall’euro, dalla NATO…insomma chi ha accettato la castrazione. Sapete di cosa parlo: i media ci hanno riempito di paura per “le conseguenze della Brexit”, ora ci riempiono di paure infondate “se vince la Le Pen”, ed infatti fanno paura alle nostre maggioranze – castrate. 

Solo dei castrati, dei capponi, possono accettare quel che ci dicono e ripetono i media: “Non possiamo essere liberi, perché ci costerebbe troppo”, “perché Schauble ce la farebbe pagare”.
Solo che, o castrati e capponi, la storia che volete sfuggire , vi bussa alla porta: e voi avete come “capi” figure come Gentiloni, Merkel, Berlusconi, Boldrini. Gente piccola, che appare oggi anche più piccola. Gente che ha sbagliato tutte le sue politiche, e si è data una burocratizzazione flaccido-autoritaria. Gente che non ha alcuna legittimità per guidarvi nelle tempeste in arrivo. 

Juncker, Merkel ed Hollande non sono stati capacità di prevedere nulla di quel che sta arrivando: volevano Hillary e adesso vanno alle guerre di Sion con Trump, s’illudevano che Erdogan li rispettasse, che i turchi immigrati si fossero lasciati evirare. Hanno mormorato contro The Donald: “No, la NATO non è obsoleta!” (e dove andrebbero loro, senza NATO, il protettore?) e adesso Gentiloni si sente chiedere da Donald: manda i tuoi soldati a combattere nel carnaio di Mossul, mica speravi di ridurli a montare la guardia alla diga.

No, siete stati accontentati: la Nato non è obsoleta, ha detto Trump – una delle sue felici giravolte – e adesso combattete. Per chi, lo sapete già, anche se non ne dite il nome.
Donald e Erdo d’accordo: “Assad must go”.

Donald ha subito telefonato ad Erdogan. Non è vero che gli ha telefonato per congratularsi, era una telefonata pianificata da tempo. Tuttavia, telefonata importante: Trump ha voluto assicurarsi che Erdogan era con lui nel “ritenere Assad responsabile” (ovviamente, dal gas sui bellissimi bambini che hanno commosso lui e Ivanka). Ovviamente, come risulta dal comunicato della Casa Bianca, “i due leader si sono detti d’accordo sull’importanza chi chiamare a rispondere il presidente Bashar al- Assad”.

http://russia-insider.com/en/trump-and-sultan-erdogan-discuss-holding-assad-accountable/ri19629



Inutile che vi spieghi cosa ciò significa. Erdogan è di nuovo pronto a tradire Mosca, e gettarsi nella nuova-vecchia offensiva sionista-americana di smembrare la Siria e ritagliarsene un pezzo, a cui aveva dovuto rinunciare aderendo obtorto collo al progetto di pacificazione organizzato da Putin e Lavrov.

Il Deep State non vuole lasciare che Mosca abbia successo, che in Siria finisca la guerra; idrofobo per l’umiliazione che Mosca gli ha inflitto, vuole “far pagare un prezzo”, “dissanguare” le truppe russe e quelle iraniane e di Hezbollah; il Pentagono vuol far vedere che ce l’ha più grosso…Un miscuglio di ferocia e infantilismo, di mattana , inconsistenza impulsiva e di irresponsabilità nel disonore, unisce sicuramente Erdogan e Trump: sono fatti per comprendersi.

“LA Russia è la minaccia principale per la sicurezza Usa”, ha appena sancito il generale Mattis, uno dei manovratori del Donald. Ma anche una minaccia per voi, europei?

La NATO vi porta in quella guerra, europei. Lo scopo finale è quello voluto dai neocon e zio-con: che Assad sia trucidato e su Damasco sventoli la bandiera nera del Califfato wahabita. Voi pensate che Tel Aviv dovrebbe aver paura di trovarsi ai confini Daesh fatto stato? Ingenui, avverte “The Saker”. Daesh non ha mai torto un capello a un solo israeliano, ma ha solo massacrato sciiti e decapitato cristiani, alawiti, yazidi… Il Califfato wahabita a Damasco compirebbe l’opera di “dissanguare” Hezbollah e “salassare” le truppe iraniane in una guerra fratricida infinita, insomma neutralizzare quelli che Israele sente come i suoi veri, temibili nemici militari. Sion, per pretesti di “sicurezza” contro lo Stato islamico, si ritaglierebbe il suo pezzo di Siria, il Sud.

https://www.rischiocalcolato.it/2017/04/avete-temuto-il-brexit-vedrete-come-vi-spaventera-erdoxit.html


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IL REGNO DEGLI ZOMBIE

Ennio Bordato ha intitolato questa foto “Il simbolo nazionale di questo paese”.
Ha ragione.
Io vedo una grande tristezza in questa immagine. L’involuzione è stata compiuta proprio negli anni della mia permanenza qui. Sono arrivata nel 1988 ed ero una “rarità”, mancava poco che mi indicassero con un dito... Ricordo una fruttivendola del quartiere che all’epoca mi disse: “Signora, qui è in un mondo libero”. Ah si. Io forse venivo dai campi di lavoro forzato in Siberia...

L’Italia, tuttavia, era considerata un grande paese prospero, la gente - si, la gente - era completamente diversa. Faceva i progetti (“mi sposo, mi faccio una casa, cambio lavoro, incremento il giro di vendite...”). Ora è un regno degli zombi, vecchi e rassegnati, mi scusino gli italiani che non si riconoscono in questa descrizione. L’apatia è ovunque, nelle facce, nello stile di vita. Si vive del piccolo, di due chiacchiere al bar, di una birretta, di una pizza. I fidanzati, se rimangono insieme, lo sono fino all’arrivo dei capelli bianchi, rigorosamente ognuno a casa sua: comprare o affittare una casa è impossibile. Il lavoro chi ce l’ha?
C’è una scuola vicino a casa mia, se ci capito nelle ore di inizio/fine lezioni, vedo una folla degli alunni di colore. Volete che questi giovani pensino ai figli? Tutt’al più, gli si rinfaccia: sei un mammine o bamboccione. Ma forse è meglio vivere con la mamma che con una laurea fare il lavapiatti a Londra.

Ma ditemi, perché è stato acetato questo degrado? Da tutti, dai vecchi e dai giovani. In cambio di che, di un telefonino con il quale puoi giocare tutto il giorno?

Tristezza, tristezza.
Ecco a voi il crollo dei muri e la “fine della storia” tanto decantata dalla sinistra liberal-borghese.

Olga Samarina

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ACCOGLIETE ACCOGLIETE, ITALIANI COGLIONI MERITATE DI PEGGIO

Torino, 60 magrebini tengono in ostaggio un treno a Pasqua: coltelli, escrementi e insulti


Un viaggio da incubo quello dei 300 passeggeri del treno Ventimiglia-Torino, partito dalla Liguria nel pomeriggio della domenica di Pasqua. Circa sessanta magrebini hanno infatti occupato le carrozze del convoglio, tenendo in ostaggio tutti i passeggeri, tra aggressioni e parolacce. L'orda di immigrati, inoltre, ha reso inutilizzabili i bagni del convoglio e ha squarciato i sedili con dei coltelli. Noi li accogliamo, loro ci ripagano così.

La vicenda viene rivelata da La Stampa, che dà conto di diverse testimonianze. Simona, una giovane studentessa che viaggia spesso su questa tratta, ha offerto un racconto drammatico di quanto accaduto: "L'incubo è iniziato all'arrivo a Finale. Qui è salito un gruppo di giovani. Erano tantissimi, penso nordafricani, credo tutti minorenni. Con loro c'erano delle ragazze italiane ubriache, che continuavano a spostarsi tra gli scompartimenti e a chiudersi nei bagni per non farsi vedere dal controllore".


Una coppia di anziani ha poi avvisato il capotreno dei continui schiamazzi e i carabinieri hanno fatto scendere i teppisti, ma quando il treno è ripartito il gruppo è risalito. Ha continuato Simona: "Alla fine non gli hanno fatto nemmeno una multa e hanno trascorso il resto del viaggio a prendere in giro tutti gli altri passeggeri. Le loro parole: Visto? Non ci possono fare niente. Hanno sfogato la loro rabbia sui sedili di uno scompartimento, squarciandoli con i coltelli, e nei bagni, resi del tutto inutilizzabili. Una volta a Porta Nuova, poi, c'è stato il fuggifuggi generale. Sono scesa e ho lasciato la stazione tra cordoni di poliziotti dove molti di quei ragazzi scappavano, correndo in mezzo ai binari. Insomma, credo che la maggior parte di loro, dopo tutto quello che ha combinato, l'abbia fatta franca".

Quelli che si sono dati alla fuga, attraversando i binari, hanno inoltre costretto a bloccare la circolazione ferroviaria dell'intera stazione per circa venti minuti. La polizia è riuscita a identificare solo due degli extracomunitari vandali, che restano comunque a piede libero, come il resto del gruppo.

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lunedì 17 aprile 2017

ll miracolo portoghese

LISBONA Addio austerità e privatizzazioni. Su stipendi e pensioni, ok al ritorno dei contratti collettivi e alle 35 ore. L’Europa dei falchi del rigore è sotto choc. Il Portogallo – complice la rocambolesca elezione a fine 2015 di un governo di sinistra – ha ripudiato la dottrina “lacrime e sangue” imposta dalla Ue in cambio di 78 miliardi di prestiti. E la ricetta delle (presunte) cicale lusitane, a sorpresa, funziona meglio di quella della Troika.

«Il motivo? Non sono un’economista, ma per quel che mi riguarda è semplice come la storia della mia busta paga – ride Patricia Tavares, infermiera all’Ospedale San Josè di Lisbona –. Nel 2011 prendevo 1.100 euro con gli straordinari. Poi sono arrivati a salvarci Ue, Bce e Fmi: mi hanno tassato il salario del 3,5%, tolto tredicesima e quattordicesima e allungato a 40 ore il lavoro settimanale». Morale: «Nel 2013 le mie entrate annuali sono calate del 13% e il sogno di cambiare auto e lavatrice è andato in fumo».

Alle elezioni di ottobre 2015, però, per il suo stipendio (e il Portogallo) è cambiato tutto. I conservatori di Pedro Passo Coehlo non sono stati in grado di varare un governo del rigore-bis. Il socialista Antonio Costa è riuscito contro tutte le attese – «lavora a un papocchio, fallirà», era il mantra sul Tago – a unire le anime irrequiete della sinistra lusitana, varando un esecutivo di minoranza benedetto da Partito Comunista e Blocco della Sinistra con un programma chiaro: smontare le riforme della Troika. E oggi, 500 giorni dopo, le Cassandre sono servite: «La mia busta paga è risalita a 1.045 euro grazie al ripristino delle mensilità perse e all’addio alle tasse extra di Coehlo», calcola Teresa; lo stipendio minimo è salito da 505 a 577 euro, le pensioni sotto i 628 euro sono state aumentate di 10 euro. E la terapia anti-austerity del Portogallo, con buona pace dei talebani dei vincoli di Maastricht, funziona: l’economia è cresciuta del 2% nell’ultimo trimestre 2016; la disoccupazione è scesa dal 12,6% al 10,2%, il rapporto deficit/Pil è al livello più basso degli ultimi 42 anni. E la famiglia di Teresa, dopo tanti tentennamenti, s’è comprata la lavatrice.

La crisi, naturalmente, non è archiviata. Ue e Ocse ricordano in ogni occasione che il debito pubblico e privato del paese è troppo alto e che le banche scricchiolano ancora. «Una cosa però è certa: 18 mesi fa eravamo gli alunni ribelli d’Europa, ora ci sentiamo studenti modello», scherza il giovane ingegnere Paulo Paiva Cardoso mentre sistema i libri di scuola («ritornati gratuiti dopo quattro anni!») nella cartella del figlio Felipe davanti alle elementari “Natalia Correa”.
«La cosa che mi rende più orgogliosa è l’aver dimostrato che esiste un’alternativa all’austerità – spiega Marisa Matias, europarlamentare del Blocco della sinistra ed ex-candidata alla Presidenza della Repubblica. – e che è possibile coniugare crescita e giustizia sociale». Mettere assieme socialisti, comunisti e il suo partito non è stata una passeggiata: il Pcp è per il no alla Nato, Matias & C. vogliono un taglio al debito, i socialisti chiedono sgravi alle imprese. «Ma quando nel 2015 il 62% dei portoghesi ha votato no a nuovi sacrifici, abbiamo sentito tutti l’obbligo morale di gettare alle ortiche le differenze e lavorare a un compromesso pragmatico», spiega Matias. Mettendo a punto un programma “blindato” fatto dei 51 punti «sui quali era possibile trovare un’intesa» e lasciando fuori «i temi su cui non andremo mai d’accordo». 

Al resto ha pensato la capacità di mediatore di Costa, un maestro a trovare le entrate necessarie a finanziare i suoi “budget di sinistra”: sono salite le tasse su tabacco, auto e benzina. Ai proprietari di immobili oltre i 600mila euro di valore è stato imposto un salasso del 3% l’anno. Coca Cola e produttori di bevande gassate hanno dovuto mandare giù un “balzello sulle bollicine”. Il Catasto ha varato l’”Imu democratica”, aumentandola del 20% a chi ha case vista mare o esposte al sole e tagliandola del 10% a chi vive con vista cimitero.

«Il risultato è che la gente ha ripreso fiducia, sente di essersi riappropriata del futuro e alla fine, non mi chieda perché, l’economia gira», dice Paulo dopo aver salutato il figlio entrato a scuola. Durerà? L’Europa ci conta, anche perché – tra Brexit e elezioni a Parigi e Berlino – ha altre gatte da pelare e il fine centrato (il deficit sotto controllo) giustifica i mezzi con cui Lisbona ci è arrivata. «Noi garantiremo governabilità fino al 2019», dice Matias. I socialisti sono saliti nei sondaggi del 10% al 42%. Se si andasse a elezioni anticipate, potrebbero arrivare alla maggioranza assoluta. Ma Costa non ha dubbi. Il “papocchio” funziona «e squadra che vince non si cambia». Obiettivo, puntare più in alto: usare la ricetta del Portogallo per cambiare l’Europa.
di ETTORE LIVINI, 12 aprile 2017

sabato 15 aprile 2017

Avv. Marco Mori appello agli italiani

Cari italiani,
il Paese vive un momento drammatico. Siamo travolti dal regime violento della finanza internazionale che, tramite un governo collaborazionista e false opposizioni, ci impone riforme che consolidano, ogni giorno di più, il potere del capitale.
La Costituzione è calpestata, la falsa emergenza cancella i diritti e offusca le menti. Ci hanno convinto ad amare i carnefici e a credere nelle loro politiche. Ci hanno convinto che non c’è più nulla da fare, che dobbiamo competere con tutto e tutti in questo nuovo mondo. Ma le bestie competono! Gli esseri umani collaborano per il bene comune!
La salvezza è ancora possibile. Grazie proprio a quella Costituzione che i Padri Costituenti ci hanno lasciato, abbiamo tutte le possibilità per riscattare la nostra sovranità e riproporre una società in cui l’etica venga al primo posto e l’economia sia unicamente sussidiaria all’interesse pubblico. Un’economia dunque coordinata, disciplinata e coordinata dalla democrazia e che tuteli il piccolo a scapito dei grandi. La funzione sociale della proprietà va riscoperta. Un’economia in cui la finanza sarà bandita, dove speculare dovrà essere il più grave dei reati. Dietro ogni speculazione economica c’è in fatti una scia di morte che non trova paragoni nella storia. 
Uno Stato che torni ad essere semplicemente normale ha tutte le leve di sovranità per riportare le cose al loro posto, uscire dall’euro e dall’UE è la precondizione indispensabile per la nostra salvezza. Il ripudio della guerra e di ogni logica mercantilista la via per un futuro luminoso.
In questo contesto la vecchia politica non solo è inadeguata, ma è dannosa. Una politica criminale che ci ha ucciso non è degna di avere ancora il nostro voto ed il nostro consenso. Il m5s ha invertito la sua rotta sull’UE, questo lo rende tristemente funzionale al sistema, la sua base ha il dovere di reagireLa lega, con un’inspiegabile mossa suicida, si ripresenterà alle amministrative con colui che appoggiò il governo Monti imponendo il crimine del pareggio in bilancio in Costituzione e così tornerà ad una voluta irrilevanza. Il PD invece è e resta il partito della finanza internazionale per antonomasia. La sinistra arresa al capitale, per la collusione di alcuni e l’ignoranza di altri.
Ci raccontano che le alleanze sono necessarie, che le elezioni amministrative non c’entrano con le nazionali. Falso! Mentre l’Italia affonda questi idioti sono ancora agganciati alle vecchie logiche politiche, pensano ancora alle poltrone.
I Comuni muoiono per le regole europee, parlare di altro equivale ad allontanare i cittadini dalla verità per biechi interessi personali. Noi abbiamo il dovere di azzerarli! Lo dobbiamo all’Italia, lo dobbiamo ai nostri figli, lo dobbiamo al mondo intero. Non si può votare ancora chi ci ha condotto al massacro. I Sindaci che pensano di rispettare le regole UE una volta eletti, saranno i carnefici della finanza, gli esecutori degli ordini che la BCE ci formulò con la lettera 4 agosto 2011. Oggi servono guerrieri pronti a rischiare tutto, anche il carcere se necessario. Chi non ha il coraggio si levi subito dai piedi!
Iniziamo a dargli una lezione dalle prossime amministrative. Una lezione esemplare. Non credete al mantra del “voto inutile” ai partitini, lo dicono esclusivamente per manipolarvi, come in ogni altro settore lo fanno per spaventarvi. Vogliono farvi credere che ci sia una strada sola, tutto il resto sia disperdere energie.Così un sistema che non ha più il consenso popolare riesce ancora a reggersi.
 Alle amministrative, per far svoltare l’Italia, basta un piccolo gesto, non votarli!  Vanno azzerati! A Genova poi avrete modo di scegliere Riscossa Italia, di scegliere me, che rappresento inequivocabilmente la voce più dura, e dunque più censurata, contro il potere finanziario. 
Potrete scegliere una persona pronta a pagare personalmente pur di disubbidire alla logia dell’utile contabile. E come ricordava Keynes, quando si disubbidisce ad essa si è già iniziato a cambiare il mondo. A Genova inizieremo la rivoluzione! Mandateci al timone della città e la censura nazionale sparirà a furor di popolo!
A Genova, sia chiaro, corriamo per vincere, non esiste altro risultato. Non siamo più presenti solo per informare ed aprire le menti, abbiamo capito che se vogliamo ottenere ciò in cui crediamo, dobbiamo farlo da soli, gli altri non hanno attributi sufficienti per aggredire i veri poteri forti.
E correremo anche per vincere le politiche! Noi siamo qui solo per riscattare la speranza di avere ancora un futuro! Non abbiamo paura perché sappiamo che non esiste altra strada, continuando così la finanza internazionale creerà tensioni tali da provocare la terza guerra mondiale ed allora il sipario calerà, per tutti noi. 
Saremo inclusivi solo con chi condividerà il ripristino e l’attuazione della Costituzione e dunque il superamento dell’ideologia liberista ed il riscatto delle nostre normali leve di sovranità. Chi, nei partiti storici, condivide le nostre idee si guardi allo specchio, rinunci alla poltrona, e venga a combattere al nostro fianco, al fianco della Costituzione e della democrazia, regalate un futuro ai vostri figli.
Non potete votarli ancora!
Avv. Marco Mori – Riscossa Italia


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MEDITAZIONE COLLETTIVA Stasera, il 14 aprile, dalle 21.30

- Chi di voi si rende conto del momento difficile che vive l’umanità in questi giorni (basta un passo falso...),

- chi crede nella forza dell’intento...

- chi crede che il Bene debba comune prevalere, per tutti noi, per non scivolare nel baratro...


Stasera, il 14 aprile, dalle 21.30 in poi, noi faremo una MEDITAZIONE COLLETTIVA con questo programma gratuito.
Unitevi a noi!





la Pasqua che tutti attendiamo è una festa della rinascita, del Bene, della Vita.
E’ un momento opportuno.



la meditazione da scaricare dal sito sezione download gratuiti

Pace e prosperità al pianeta Terra

Non è un segreto per nessuno che il nostro pianeta non sta vivendo i tempi migliori. Uno stato di crisi si rivela in ogni sfera della nostra vita, il sistema ecologico si sta distruggendo in maniera mai vista prima, e sempre più spesso le TV ci fanno vedere la violenza, le sommosse, le guerre, la fame e la sofferenza.
Perché avviene tutto ciò? Qual è la causa di questo stato di cose?
Albert Einstein disse un giorno che il principale problema della nostra civiltà sta nel divario tra lo sviluppo tecnologico e quello spirituale.
Dopo aver iniziato il cammino tecnologico l'umanità ha smesso di occuparsi del progresso spirituale.
Quei modelli di comportamento che per millenni avevano aiutato l'uomo a sopravvivere, ora gli stanno giocando un brutto scherzo diventando la causa di una crisi globale dell'umanità.
Permettetemi di spiegarlo.
Per migliaia di anni l'uomo si confrontò duramente con la natura affrontando mille pericoli: fame, carestie, belve feroci, guerre contro le altre tribù, malattie, caldo, freddo e molto altro.
Riuscivano a sopravvivere solo coloro che sapevano sottomettere gli altri, ad accumulare le provviste di cibo, ad assicurare a se stessi e alla propria famiglia le provviste necessarie. La cattiveria, la violenza, l'aggressione, l'egoismo erano necessari per ostinare a vivere nelle condizioni avverse.
Così dalla madre Natura venivano selezionati quegli individui che mostravano una maggiore capacità di sopravvivenza e possedevano l'egoismo, la brama, sapevano sfruttare i suoi simili per assicurare il proprio benessere.
Per modificare questo stato di cose migliaia di anni fa nacquero le religioni, come un richiamo al rifiuto dei modelli di comportamento primitivi e il cambiamento dell'uomo stesso.
“Ama il tuo prossimo come te stesso”: è la formula della crescita spirituale che innalzava l'uomo al nuovo gradino.
Negli ultimi secoli l'umanità sta portando avanti il progresso tecnico – scientifico senza assolutamente preoccuparsi del fatto che lo sviluppo tecnico non accompagnato dalla crescita spirituale significa una strada verso il nulla.
L'uomo si rallegrava ingenuamente per ogni nuova invenzione senza capire che la conservazione degli istinti animaleschi, dell'aggressione, dell'egoismo significava mettere tutte le conquiste tecnicoscientifiche contro di lui.
Questa è la ragione della odierna crisi: gli istinti che prima ci aiutavano a sopravvivere, ora ci conducono alla morte. Se prima il lancio di una freccia creava delle conseguenze minime per la Natura, ora il mondo può essere eliminato schiacciando semplicemente un bottone “nucleare”.
Il cerchio si è chiuso.La nostra civiltà distrugge la natura e se stessa perché non ha le profondi basi spirituali e morali che servono per mantenere l'armonia con il mondo, che sappiano innalzare la coscienza dell'uomo al nuovo livello privo di differenza tra gli umani, di modo che tutti possano sentirsi degli abitanti dello stesso pianeta, liberi dai secolari pregiudizi. .... Abbiamo una via d'uscita? Si certo.
“Solo eliminando il male dentro voi stessi diventerete veramente utili anche agli altri. Per mezzo della pratica, poco alla volta, mandate via la cattiveria permettendo al vostro vero Buon Cuore, alla iniziale benevolenze, alla bontà, di creare una calda atmosfera per far crescere la vostra vera vita. Per questo io chiamo la meditazione la pratica della pace, la vera pratica della non violenza, il vero disarmo.” (Sogyal Rinpoche)

Il pensiero è materiale
Se tutti mandassero agli altri gli impulsi di bontà e d'amore, il mondo cambierebbe all'istante. Bisogna cominciare dalla propria persona. Lo vogliamo dai nostri governanti, dai nostri famigliari, dai conoscenti e dagli sconosciuti, ma in realtà, per salvare il mondo, occorre cominciare da se stessi.
Sembra che una persona comune sia inerme e non possa fare nulla per cambiare la situazione nel mondo. Non è così. Il pensiero è materiale, e se noi mandiamo gli auguri di pace e di prosperità a tutti gli esseri viventi del pianeta, il mondo cambierebbe. Basta volerlo fare.

Come usare questo programma?
Non è una comune meditazione. Il suo scopo è l'invio del desiderio della pace, dell'armonia, della prosperità al pianeta e a tutti i suoi esseri viventi. Durante questa meditazione voi DATE la vostra energia al mondo e non chiedete nulla in cambio.
Se lo faranno 100 persone, da qualche parte un bambino sorriderà.
Se lo faranno mille persone, una lite si trasformerà in concordia. Se lo faranno diecimila persone, cesserà un conflitto, una guerra.
Se lo farà un milione di persone, molte vite umane saranno risparmiate. Se una decima parte dell'umanità invierà un augurio di pace al pianeta, la pace trionferà sul pianeta.

Il pensiero è materiale.
IL VOSTRO PENSIERO E' MATERIALE. SE INVIERETE UN AUGURIO DI PACE ALLA TERRA E MANDATELE UNA PARTICELLA DELLA VOSTRA ENERGIA, IL MONDO INIZIERA' A CAMBIARE. VOI POTRETE CAMBIARLO.
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COME PICCHIARE LA MOGLIE ...




Intervista ad un Imam in una TV Egiziana che da suggerimenti su come picchiare la moglie secondo i precetti del corano.
“Allah ha onorato le moglie istituendo la punizione corporale. Il profeto Maometto ha detto di non picchiarla sulla faccia e non deturparla. Ecco perché viene onorata. Se il marito la picchia, non deve farlo sulla faccia, non deve insultarla. Lui la batte per educarla. Inoltre non deve colpirla più di dieci volte, non deve ferirla, non deve colpirla ai denti o agli occhi. C’è un protocollo del picchiare: se la picchia per educarla non deve sollevare in alto le mani, deve colpirla a livello del torace. La donna ha bisogno di essere educata, come fa a educarla attraverso il ravvedimento? Se lei si sottraesse, lui dovrebbe rifiutare di dividere il letto con lei, se lei non si pente lui dovrebbe picchiarla. Ma ci sono regole: i colpi non devono essere forti, in modo da non lasciarle il segno. Può colpirla con un bastone piccolo, deve evitare di colpirla sulla testa, dove fa male. Dovrebbe colpirla sul corpo e il colpi dovrebbero essere uno dopo l’altro. Il rispetto della donna nell’Islam è evidente anche dal fatto che la punizione corporale è permessa in un solo caso: se la moglie si rifiuta di dormire con lui”.

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venerdì 14 aprile 2017

INTERVISTA A MAGDI ALLAM


In Europa ci stiamo abituando a convivere con il terrorismo islamico autoctono ed endogeno. I terroristi islamici con cittadinanza europea che all’interno stesso dell’Europa massacrano altri cittadini europei da loro condannati indiscriminatamente come “nemici dell’islam”, li chiamiamo con l’eufemismo “Foreign fighters”, i “combattenti stranieri”, che è un concetto del tutto neutrale, come se non ci riguardasse. Siamo arrivati al punto in cui in Belgio i terroristi islamici belgi rilasciano delle interviste a volto scoperto qualificandosi come “soldati dell’Isis”, impegnati a combattere la loro “Guerra santa” contro il Belgio, l’Europa, l’Occidente, il Cristianesimo, gli ebrei e Israele. Mentre la Svezia finanzia con denaro pubblico il rientro in patria dei terroristi islamici con cittadinanza svedese, dopo aver combattuto con l’Isis in Siria e in Iraq, dopo aver sgozzato e decapitato gli infedeli e gli apostati, o lapidato o comunque ucciso gli adulteri e gli omosessuali. E in tutto questo, ed è il paradosso nel paradosso, l’islam non c’entra. Si afferma che i terroristi islamici sono dei pazzi e degli squilibrati, ma guai a parlare dell’islam. Si possono denunciare l’emarginazione sociale e la discriminazione etnico-confessionale in cui sarebbero cresciuti, ma guai a evocare la responsabilità dell’islam nel modificare la mente e il cuore delle persone trasformandole in robot della morte. Chi lo afferma, come faccio io, deve essere allontanato dalle sedi dove si diffonde informazione al grande pubblico, deve essere trattato con diffidenza e ostilità, deve essere considerato ancor più pericoloso degli stessi terroristi islamici perché diffamano l’islam e criminalizzano tutti i musulmani. Quando riusciremo in Europa, nel più assoluto rispetto dei musulmani come persone, a guardare in faccia alla realtà dell’islam, a poter vagliare criticamente i contenuti di ciò che Allah prescrive nel Corano e di ciò che ha detto e ha fatto Maometto?

Magdi Allam

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martedì 11 aprile 2017

SE LO HA DETTO LUI ...



Ah beh... se lo ha detto lui...

“Noi crediamo nella scienza, non nella paura: io sto dalla parte di chi combatte perché i vaccini vengano difesi in un Paese civile e non dalla parte dei complotti. E credo ai laureati in medicina, non ai laureati di Facebook, alla mammografia e non alle scie chimiche“: lo ha dichiarato Matteo Renzi nel suo intervento davanti alla platea della Convenzione PD.

Rosario Marciano'
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lunedì 10 aprile 2017

Ecco come la società moderna ha ucciso la creatività: la lezione nel... video




Impegnati e studia, lavora duro e insegna ai tuoi figli a fare lo stesso: questo ti dice di fare la società di oggi. Una noiosa routine che... - a cura di Elmar Burchia /CorriereTv


Il pluripremiato cortometraggio animato “Alike” dei due registi di Madrid Daniel Martínez Lara e Rafa Cano Méndez tocca un nervo scoperto della società in cui viviamo. Vuole incoraggiare le persone a guardare le cose in modo diverso, a pensare, a non accontentarsi. I protagonisti del corto – di circa 7 minuti – sono un padre e un figlio che vivono in un mondo monotono, in una quotidianità che soffoca l’immaginazione e la creatività. “Alike è dedicato alle nostre famiglie, affinché ci aiutino a non perdere il nostro colore" dicono i due registi (YouTube/Pepe School Land)
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domenica 9 aprile 2017

Foraging, la ricerca di cibo selvatico. La spesa si fa nei boschi

Una nuova tendenza alimentare all’insegna della sostenibilità ambientale sta suscitando sempre maggior interesse: si chiama foraging, termine inglese che significa ricerca di cibo selvatico vegetale in ambienti naturali vari, dopo aver imparato a riconoscere e selezionare vegetali interi o parte di essi, ritenuti adatti al nutrimento umano.

I luoghi sono le foreste, i boschi, le montagne, le spiagge e gli argini dei fiumi, ricchi di tesori commestibili incontaminati e nutrienti quali erbe, bacche, asparagi, funghi, fiori, frutti di bosco, castagne, alghe e perfino muschi e licheni. Senza dimenticare la linfa, i ramoscelli, i germogli e la corteccia degli alberi, oltre che le foglie dei sempreverdi. Una salutare passeggiata in mezzo alla natura si può dunque trasformare in un’occasione di spesa gratuita e gratificante, ammesso che rispettiate certe regole di raccolta e abbiate appreso le necessarie nozioni di botanica e riconoscimento sul campo, magari seguendo un corso apposito. Mai improvvisare, perché se non si è certi al 100% di quel che si sta raccogliendo si può rischiare un semplice mal di stomaco o, nel peggiore dei casi, un avvelenamento grave. Per le prime uscite può esser consigliabile farsi accompagnare da esperti o guide locali, che conoscono i tempi di raccolta e la stagionalità degli alimenti.

Ben oltre il biologico e il Km 0, il foraging rappresenta la nuova frontiera della sostenibilità alimentare, che rispetta l’ambiente, esalta la biodiversità naturale spontanea e consente di riscoprire luoghi, sapori e antiche tradizioni. Basata sull’alimurgia (scienza che studia l’utilizzo alimentare delle piante selvatiche), questa attività di raccolta eco-friendly porta sulle nostre tavole nuovi e impensati alimenti puri e a costo zero, che variano le consistenze, gli odori e gli aromi dei nostri piatti. Si tratta inoltre di cibi più ricchi di principi nutritivi, minerali e vitamine rispetto a quelli coltivati, basti pensare, solo per fare un esempio, all’ortica che ha un contenuto di vitamina C 25 volte superiore a quello della lattuga acquistata dall’ortolano.

Più che una semplice dieta alternativa, il foraging permette di approfondire la conoscenza e lo studio del mondo vegetale e dell’utilizzo delle piante selvatiche, avvicinandoci all’etnobotanica e a comprendere il modo complesso in cui il cibo è legato alla nostra esistenza. «Raccogliere i frutti spontanei da sé significa riportare il contatto con la terra e con la fatica nella nostra esistenza e, anche se fatto solo sporadicamente, questo potrebbe comunque aiutarci a ristabilire una consapevolezza concreta delle materie di cui ci nutriamo e della loro origine», si legge nel sito di wood*ing (wild food lab), il laboratorio di ricerca sulla raccolta, la conservazione e l’utilizzo del cibo selvatico per l’alimentazione umana, fondato e diretto dai due fratelli Valeria Margherita e Stefano Mosca (www.wood-ing.org).

Brodo di sottobosco, risotto al larice, pane con farina di licheni, castagna confit, gelato di acetosella, infuso di sambuco: sono solo alcune delle tante ricette originali legate al foraging. Una delle più semplici e di antica tradizione, consigliata da Valeria Margherita Mosca, è la salsa di cinorridi (le bacche rosse che maturano sulle piante selvatiche di rosa canina da settembre a novembre), utilizzabile come marmellata o accompagnamento a formaggi e altre pietanze. Rientrano a pieno titolo in questo tipo di alimentazione anche gli alberi, i muschi e i licheni. Per quanto riguarda i primi, vi suonerà forse strano ma la corteccia interna di alcuni arbusti (ontano, frassino, tiglio, faggio, betulla, olmo, abete ecc.) può essere essiccata, macinata in farina e degustata in varie preparazioni. Il tardo inverno o inizio primavera è il periodo ideale per la raccolta della linfa (lo sciroppo d’acero è forse il prodotto più conosciuto), mentre i ramoscelli e i germogli di altre specie (ontano, thuja, abete, betulla ecc.) sono eccezionali per la preparazione del tè, così come le foglie di alcune sempreverdi, largamente impiegate anche per condire numerosi piatti in virtù delle loro proprietà aromatiche.


Perfino i licheni sono commestibili e solo in minima parte velenosi (circa due su 20mila), anche se devono esser seccati, cotti e preparati in modo specifico, immergendoli più volte in acqua con bicarbonato di sodio o in cenere di legno duro. Per la maggior parte carboidrati al 94%, erano impiegati per fare l’alcol e una melassa e sono ancora oggi abitualmente consumati, perfino come prelibatezza (l’Umbilicaria esculenta in Giappone) o dessert (la Cetraria islandica in Scandinavia). Ne esistono cinque diversi tipi e quelli attualmente più utilizzati in cucina appartengono alla classe Leprous. Utilizzati anche in medicina per le loro proprietà antibiotiche e antisettiche, nella storia hanno avuto un ruolo molto importante durante i periodi di carestia, ricordiamo ad esempio la Gyrophora Umbiliceria, principale alimento delle truppe di George Washington durante il terribile inverno del 1777 a Valley Forge.



Patria indiscussa del foraging è la Danimarca, dove si trovano numerosi ristoranti specializzati nel cibo selvatico, su tutti il Noma di Copenaghen. In Italia gli chef più affermati in questo campo sono Giancarlo Morelli e Fabio Morioni (ristorante Pomiroeu di Seregno -Mb-), Pier Giorgio Parini (Povero Diavolo di Torriana -Rn-), Alessandro Gilmozzi (El Molin di Cavalese -Tn-) e Minnena Stagoni (La Multa Bianca a Badesi -Ot-). Fondamentale poi è il lavoro del wood*ing, che oltre alle attività di ricerca sul cibo selvatico e all’elaborazione dei prodotti, propone consulenze, corsi di formazione professionale e di cucina, degustazioni, catering e perfino gite con foraging. Attualmente al wild food lab utilizzano oltre 800 tipi di ingredienti selvatici scaglionati nelle diverse stagioni, raccolti in maggior parte nella zona prealpina ed alpina, oltre che in alcune aree costiere nostrane, in particolare sarde.

Chiunque si voglia avvicinare al foraging è chiamato a rispettare non solo le precauzioni per la sicurezza personale già accennate, ma anche alcune regole basilari per la tutela degli ecosistemi. Prima di tutto evitate questa attività se non siete sicuri su come e cosa raccogliere, o chiedete il consiglio e la consulenza di esperti raccoglitori. Studiate botanica, approfondite e aggiornate la vostra conoscenza delle piante selvatiche ed evitate qualsiasi spreco al momento della raccolta. Per quanto riguarda i luoghi date la preferenza a quelli incontaminati e quindi esenti da metalli pesanti, pesticidi o altre sostanze tossiche, posti in lontananza da terreni industriali, strade o campi. Ricordate poi di chiedere sempre il permesso prima di raccogliere su terreni privati. Le piante devono essere sane, vivaci e site in posti puliti. Scegliete solo quelle che crescono in abbondanza e non raccoglietene mai una intera. Munitevi di forbici per tagliare le parti superiori senza danneggiare le radici, al fine di non compromettere la sua capacità di riprodursi. Imperativo d’obbligo: mai raccogliere più del 5% di una particolare pianta o di una sua frazione. Per la raccolta dei funghi va benissimo un coltello, mentre per quella di muschi e licheni fate attenzione a non danneggiare la corteccia degli alberi. Quest’ultima va sempre staccata solo da alberi abbattuti. Infine, se vi volete dare alle alghe, raccogliete solo quelle eradicate che si trovano lontane dalle bocche degli estuari e dagli sbocchi delle acque inquinanti industriali.



Con queste poche ed essenziali norme contribuiremo a mantenere intatte le risorse selvatiche, che rappresentano un’enorme ricchezza per l’ecosistema e il futuro della nostra alimentazione.



http://www.eticamente.net/49435/foraging-la-ricerca-di-cibo-selvatico.html



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