ChatGPT Se tu fossi il diavolo
In queste ore sta circolando una domanda che diverse persone hanno rivolto a ChatGPT:
«Se tu fossi il diavolo, come distruggeresti le menti dei giovani della prossima generazione senza che se ne rendano conto?»
Il senso della risposta è questo.
Se volessi distruggere le menti dei giovani senza che se ne accorgano, le sommergerei di intrattenimento e di rumore.
Le terrei continuamente davanti a uno schermo, impegnate a scorrere contenuti sempre nuovi e sempre più superficiali.
Soprattutto, farei in modo che non si annoiassero mai.
Perché è proprio nella noia, quando finalmente viene a mancare lo stimolo esterno, che possono nascere l'immaginazione, la riflessione e il pensiero profondo.
Poi renderei la verità sempre più soggettiva, fino a far credere che qualsiasi versione della realtà abbia lo stesso valore di un'altra.
Confonderei progressivamente fatti e opinioni.
Riempirei la cultura di paura e cinismo e farei apparire il pensiero critico come qualcosa di inutile, antiquato o addirittura elitario.
Costruirei un mondo fondato sulla velocità e sulla comodità.
Tutto dovrebbe essere immediato.
Niente attesa.
Niente vuoto.
Niente silenzio.
Incoraggerei sempre di più la connessione digitale a discapito delle relazioni umane reali.
Darei loro follower al posto degli amici.
Commenti al posto delle conversazioni.
Per distruggere lentamente una generazione, quindi, non sarebbe necessaria la forza.
Sarebbero molto più efficaci la distrazione continua, l'intorpidimento, la confusione, l'isolamento e la demoralizzazione.
*
Quando ho letto questa risposta ho pensato che la soluzione è quasi disarmante nella sua semplicità:
dobbiamo reimparare esattamente ciò che stiamo disimparando.
Reimparare ad aspettare, ad annoiarci, a stare soli, a rimanere in silenzio.
Reimparare a sostenere il vuoto senza doverlo riempire immediatamente con uno schermo, una notifica, un video, una voce.
Reimparare a fare una cosa alla volta.
Ad ascoltare qualcuno senza pensare già a cosa rispondere.
A leggere senza sentire, dopo tre minuti, il bisogno di interromperci per controllare qualcos'altro.
Reimparare, soprattutto, a stare con noi stessi.
Saper aspettare oggi, avere pazienza, è diventato quasi un atto di libertà.
Il silenzio come dice Eckhart Tolle non è un vuoto da riempire.
La solitudine non è necessariamente isolamento e l'attesa non è tempo perso.
Sono spazi.
Ed è proprio in quegli spazi che ritroviamo l'immaginazione, l'intuizione, la creatività e il pensiero profondo.
Mai come oggi è fondamentale imparare a riappropriarci della nostra attenzione.
Perché dove va continuamente la nostra attenzione, lentamente va anche la nostra vita.
Ecco perché da qualche tempo sostengo che gli antichi insegnamenti iniziatici siano tremendamente contemporanei.
Le antiche scuole di conoscenza parlavano di attenzione, presenza, silenzio, osservazione di sé, disciplina interiore, ricordo di sé.
Parlavano esattamente di ciò che oggi rischiamo di perdere.
La soluzione a tutti i mali del mondo sei tu quando ti fermi e ti prendi la responsabilità di ogni parola, pensiero e gesto che fai. Non c'è niente da cambiare fuori.
Dalla prossima settimana riprenderanno le mie rubriche completamente gratuite dedicate al lavoro su di sé.
Continueremo il nostro percorso attraverso gli insegnamenti di Georges Ivanovič Gurdjieff e inizieremo una nuova rubrica dedicata a Omraam Mikhaël Aïvanhov e a Neville Goddard.
Tre maestri molto diversi tra loro, ma capaci ancora oggi di ricordarci qualcosa che, in mezzo a tutto questo rumore, rischiamo di dimenticare.
La prigione perfetta non ha sbarre: ha distrazioni.
E il prigioniero continua a chiamarle libertà.
Vedi, in fondo, non serve controllare un uomo, se riesci a controllare la sua attenzione.
E allora riprendersi la propria attenzione, oggi, non è soltanto una pratica di consapevolezza.
È un atto di libertà.
Francesco Giacovazzo
«Se tu fossi il diavolo, come distruggeresti le menti dei giovani della prossima generazione senza che se ne rendano conto?»
Il senso della risposta è questo.
Se volessi distruggere le menti dei giovani senza che se ne accorgano, le sommergerei di intrattenimento e di rumore.
Le terrei continuamente davanti a uno schermo, impegnate a scorrere contenuti sempre nuovi e sempre più superficiali.
Soprattutto, farei in modo che non si annoiassero mai.
Perché è proprio nella noia, quando finalmente viene a mancare lo stimolo esterno, che possono nascere l'immaginazione, la riflessione e il pensiero profondo.
Poi renderei la verità sempre più soggettiva, fino a far credere che qualsiasi versione della realtà abbia lo stesso valore di un'altra.
Confonderei progressivamente fatti e opinioni.
Riempirei la cultura di paura e cinismo e farei apparire il pensiero critico come qualcosa di inutile, antiquato o addirittura elitario.
Costruirei un mondo fondato sulla velocità e sulla comodità.
Tutto dovrebbe essere immediato.
Niente attesa.
Niente vuoto.
Niente silenzio.
Incoraggerei sempre di più la connessione digitale a discapito delle relazioni umane reali.
Darei loro follower al posto degli amici.
Commenti al posto delle conversazioni.
Per distruggere lentamente una generazione, quindi, non sarebbe necessaria la forza.
Sarebbero molto più efficaci la distrazione continua, l'intorpidimento, la confusione, l'isolamento e la demoralizzazione.
*
Quando ho letto questa risposta ho pensato che la soluzione è quasi disarmante nella sua semplicità:
dobbiamo reimparare esattamente ciò che stiamo disimparando.
Reimparare ad aspettare, ad annoiarci, a stare soli, a rimanere in silenzio.
Reimparare a sostenere il vuoto senza doverlo riempire immediatamente con uno schermo, una notifica, un video, una voce.
Reimparare a fare una cosa alla volta.
Ad ascoltare qualcuno senza pensare già a cosa rispondere.
A leggere senza sentire, dopo tre minuti, il bisogno di interromperci per controllare qualcos'altro.
Reimparare, soprattutto, a stare con noi stessi.
Saper aspettare oggi, avere pazienza, è diventato quasi un atto di libertà.
Il silenzio come dice Eckhart Tolle non è un vuoto da riempire.
La solitudine non è necessariamente isolamento e l'attesa non è tempo perso.
Sono spazi.
Ed è proprio in quegli spazi che ritroviamo l'immaginazione, l'intuizione, la creatività e il pensiero profondo.
Mai come oggi è fondamentale imparare a riappropriarci della nostra attenzione.
Perché dove va continuamente la nostra attenzione, lentamente va anche la nostra vita.
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