mercoledì 20 marzo 2019

GRETA IL PUPAZZO

In sostanza i potenti della terra hanno istruito Greta a scagliarsi contro di loro per dargli modo di applicare le soluzioni che gli permetteranno di proseguire indisturbati nel piano di dominazione globale. Hanno creato l'ennesima marionetta capace di stimolare reazioni di consenso su una massa sempre più addormentata e manipolata...
Greta ci dice che il problema è la bufala del CO2.
- Nessuna menzione alle scie chimiche.
- Neanche una parola sui prodotti OGM e sulle politiche di distruzione di interi habitat da parte delle multinazionali che la stanno sponsorizzando.
- Nessun accenno alle fonti energetiche pulite e illimitate che vengono tenute chiuse a chiave.
- Totale silenzio sui mortali pericoli del 5G.
- Nulla sul crimine dei vaccini che si sta consumando sugli infanti.
- Nessun collegamento con la truffa del debito.
Auguri alle prossime generazioni...



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martedì 19 marzo 2019

La menzogna della Ong


Mare Jonio, l'ammiraglio libico: "La menzogna della Ong, come ci hanno tagliato fuori"



Contro la ong Mare Jonio, ora, piove anche la testimonianza della Guardia Costiera libica. Si parla del salvataggio, al di fuori delle regole, dei 49 migranti, poi portati fino al largo di Lampedusa. Interpellata dall'Agi, la Guardia Costiera libica ha puntato il dito: "Eravamo a cinque miglia dal gommone in panne ed eravamo in grado di recuperare in sicurezza tutte le persone a bordo. L'intervento della nave dell’Ong Mediterranea non era necessario ed è stato pretestuoso", afferma il portavoce, l'ammiraglio Ayoub Qassem.

Dunque prosegue: "Non comprendiamo perché abbiano voluto prendere loro i migranti, a ogni costo, pur essendo in acque libiche. Alla nostra richiesta di chiarimenti hanno spiegato che i migranti si trovavano in una situazione di pericolo ma questo non è vero, non si è trattato di un naufragio ma solo di un guasto al motore". L'ammiraglio, successivamente, ricostruisce i movimenti della motovedeta libica: "È poi a distanza perché a quel punto i migranti per non tornare in Libia avrebbero messo a rischio la loro vita e quella dell’equipaggio". Infine sempre Qassem ha aggiunto: "Le Ong ostacolano le operazioni di salvataggio per interessi certamente non umanitari".
Nel frattempo dal Viminale, Matteo Salvini ha usato parole chiare per ribadire quale sia la linea: "Se un cittadino forza un posto di blocco stradale di Polizia o Carabinieri, viene arrestato. Conto che questo accada". "Nessun pericolo di affondamento - prosegue - né rischio di vita per le persone a bordo (come documentato da foto), nessun mare in tempesta. Ignorate le indicazioni della Guardia Costiera libica che stava per intervenire, scelta di navigare verso l’Italia e non Libia o Tunisia, mettendo a rischio la vita di chi c’è a bordo, ma soprattutto disobbedienza (per ben due volte) alla richiesta di non entrare nelle acque italiane della Guardia di Finanza". Lo scontro è totale.

Fonte 
https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13442027/ong-mare-jonio-ammiraglio-guardia-costiera-libica-ci-hanno-tagliato-fuori-la-loro-menzogna.html?fbclid=IwAR1RTOgHRmN6V88SXzzOci_PoVA2JXxBCFrO2xJ0_1rZ6Dx2-xRvGh7HNL0#.XJEr2nIZs1U.facebook

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lunedì 18 marzo 2019

Precisazioni sui cambiamenti ambientali

A me risulta che il pianeta attraversi periodicamente dei cambiamenti climatici, in quanto è un organismo vivo che evolve incessantemente. A me risulta che anche gli altri pianeti del sistema solare stiano attraversando dei cambiamenti, in quanto il sistema solare stesso è un organismo vivo con una sua coscienza. Da un punto di vista esoterico – l'unico a cui io faccio riferimento quando mi esprimo, non essendo uno scienziato – l'uomo non può fare niente né in positivo né in negativo per alterare tali cambiamenti.

Fare cose come la raccolta differenziata o ridurre le emissioni di sostanze nocive è molto utile, ma solo in quanto serve a noi esseri umani per vivere in un posto migliore; non serve a salvare il pianeta, il quale non ha bisogno di essere salvato da noi, poiché noi non siamo sicuramente in grado di distruggere un intero pianeta... e ancor meno di salvarlo.


Quando il pianeta sarà stufo di quello che stiamo facendo, prima che possiamo realmente mettere in pericolo qualche suo aspetto essenziale, si darà una scrollata, inabisserà alcuni frammenti di terra e ne farà riemergere altri... e la vita continuerà... con qualche milione di esseri umani in meno... ma d’altronde nessuno ne sentirà la mancanza.


Alcune specie scompaiono, ma altre prenderanno il loro posto, come è giusto che sia. È inutile che tentiate di far accoppiare a tutti i costi i panda!


Lo smisurato egotismo dell’uomo lo porta a credere di poter “disporre di un pianeta”, nel bene e nel male, quando invece non siamo più influenti di zecche che si agitano sulla sua pelle.


Nel frattempo, badate a non farvi prendere troppo per il sedere dai movimenti ambientalisti strumentalizzati dai soliti poteri. Milioni di pecore belanti che seguono l’eroina del momento, Greta Thunberg, e scendono in piazza a gridare «pace... amore... e ambiente...». Non vi accorgete che le proteste senza un reale bersaglio vengono appoggiate da tutti gli schieramenti politici? Non cogliete la differenza delle reazioni della stampa rispetto alla protesta dei gilet gialli? Siete gli stessi che gridavano «Yes. We can!» dietro a Barack Obama.

Questo è un articolo interessante che può servirvi a fare chiarezza riguardo gli interessi in gioco. Per il resto... preoccupatevi sopra ogni cosa di svegliarvi.
Buon lavoro a tutti.

https://altrarealta.blogspot.com/2019/03/laffare-del-secolo-climate-change-vari.html

Salvatore Brizzi
[Il mondo è bello, siamo noi ad esser ciechi]

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L’affare del secolo: “Climate change” – Vari interventi illuminanti

Cominciai ad interessarmi delle teorie sull’ AGW (Antropic Global Warming) solamente tre anni fa, per il fatto incidentale di aver visto Carlo Rubbia (che è pur sempre un Nobel della Fisica) contestare il problema in Senato, con osservazioni pertinenti, che mi erano fino ad allora ignote. Da allora cominciai a scoprire che esistono moltissimi elementi di contestazione della tesi che le attività umane siano causa di variazioni termiche del pianeta, la quale col tempo mi è apparsa sempre di più come una colossale menzogna ascientifica e interessata.

Ora, avendo fatto ingegneria e fisica all’Università so bene come sia facile selezionare appositamente i dati allo scopo di far comparire il risultato che si vuole (io, volendo, potrei selezionarli in modo da sostenere la tesi che la temperatura sia in diminuzione, oppure stazionaria, è facilissimo). Ed ho avuto modo di constatare che sui media mainstream viene data voce solo agli scienziati globalwarmisti, mai ai numerosissimi (compresi alcuni premi Nobel) che dichiarano parere opposto.
Ma che cosa può avere spinto molti scienziati a mentire ?

Semplice: i soldi.

Quando un movimento politico procura finanziamenti ai sostenitori di una tesi e nessuno ai sostenitori della tesi opposta i dipartimenti universitari faranno di tutto per incoraggiare le ricerche redditizie e scoraggiare quelle opposte.
Dopo un po’ di tempo si crea un clima generale per cui molti non si rendono nemmeno più conto di lavorare in un circuito chiuso nel quale solo alcune informazioni vengono messe in evidenza nei convegni, nei papers, nei gruppi di ricerca, e perdono completamente di vista le informazioni di segno opposto, che non hanno visibilità e vengono emarginate, per cui la tesi dominante sembra essere “ovviamente naturale”.

E che cosa può avere spinto i politici a finanziare questo genere di ricerche ?
C’è il fatto generale che qualunque “pericolo”, vero o presunto, fa sempre comodo ai politici per agitare la paura come motivazione a stare uniti ed accettare una politica autoritaria.

Ma ci sono chiare implicazioni particolari, all’interno di questa dinamica.

Inizialmente lo sponsor dell’AGW fu Margaret Tatcher, la quale si rese conto che quel filone dell’ecologismo poteva essere sfruttato per mettere in cattiva luce il consumo di combustibili fossili (emissione di anidride carbonica), che dipendono dalla politica degli stati petroliferi, facendo spazio così alla tesi della bontà ecologica nucleare (salvo quando una di esse salta per aria, evento sgradevole per niente irrealistico, visto che ogni tanto si realizza).

Ma la tesi AGW ha subito trovato applicazione per contrastare lo sviluppo del Terzo Mondo, che con tappe forzate di industrializzazione tardiva produce l’equivalente degli inquinamenti passati del nostro mondo già industrializzato.
Oggi la macchina globalwarmista può avere una nuova funzione supplementare: agitare la paura che convinca gli ingenui ad approvare sempre più vasti interventi di geoingegneria sull’atmosfera del pianeta.

La quale ha grandi implicazioni militari, politiche ed economiche.

In presenza di continuo aumento delle attività industriali, e quindi di emissioni antropiche, la temperatura terrestre ha affrontato tre periodi di incremento, due di diminuzione, uno stazionario.
Visto l’andamento nei secoli, tutto corrisponde al picco bimillenario, il cui precedente è stato all’epoca di Cesare Augusto.
In mezzo c’è stato il piccolo rialzo intorno all’anno mille.
La piccola glaciazione del XVI secolo è nota dalle cronache dell’avanzamento di nevi e ghiacci.
Le oscillazioni termiche precedenti a tre secoli fa sono avvenute nel mondo preindustriale.
E i grafici odierni riproducono ancora quello stesso andamento oscillante multiperiodico.

La temperatura terrestre non è mai stata ferma da quando il pianeta esiste.

Però con la geoingegneria puoi provocare tempeste tifoni terremoti tsunami riscaldamenti o raffreddamenti locali.
Questo è un altro discorso: anche la tecnologia militare non sta mai ferma, non si riesce mai a trattenerla.
E infatti la propaganda sull’inesistente effetto antropogenico sulle temperature, basato sulla amenità della produzione di CO2 (prevalentemente naturale e molto minoritariamente artificiale) fa da ottima base non solo per cercare di frenare lo sviluppo del terzo mondo, contestando le sue emissioni, ma anche a supporto della presunta necessità di ampliare le attività della geoingegneria per “difendersi dalle variazioni climatiche”.

Il vecchio documento dell’Air Force statunitense, “Owning the weathwr as force multipler” chiarisce bene le idee fin dal 2005.

Vincenzo Zamboni

Fonte
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2019/03/16/laffare-del-secolo-climate-change-di-vincenzo-zamboni/
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Il grande inganno sulla prostata

Quante bufale sul Psa e il tumore della prostata
Ne «Il grande inganno sulla prostata» Richard Ablin, scopritore dell'antigene prostatico specifico, boccia lo screening di massa. Dosaggio del Psa indicativo soltanto se ripetuto nei soggetti a rischio

Le sue parole valgono quasi come il gesto di un padre che ripudia il proprio figlio. Richard Ablin, docente di immuno biologia all’Università di Tucson, in Arizona, è stato colui che nel 1970 scoprì l’antigene prostatico specifico (Psa), oggi considerato tra i primi indicatori di salute della prostata. La scoperta ha reso famoso Ablin, che da qualche anno ha però preso le distanze dall’utilizzo strumentale di quello che è «un indicatore di attività dell’organo, non un marcatore tumorale». Precisazione doverosa, che lo scienziato rimarca a più riprese in «Il grande inganno sulla prostata», edito da Raffaele Cortina.

Dopo aver attaccato per anni l’uso massiccio che si fa oggi di questo test, usato come metodica di screening di popolazione negli Stati Uniti (ma non in Europa), Ablin ha deciso di mettere nero su bianco la storia di una proteina che nell’immaginario oggi evoca il più diffuso tumore maschile. L’identificazione del dosaggio del Psa come marcatore del tumore della prostata, secondo lo scienziato, è il frutto di un’attività clinica poco ortodossa portata avanti dai medici. Come risultato, s’è avuta la medicalizzazione di migliaia di uomini sottopostiti a interventi di asportazione della prostata pur in presenza di tumori indolenti che mai sarebbero progrediti né avrebbero raggiunto altre sedi. Ablin, nel libro, è molto esplicito. Il test del Psa, a suo avviso, ha prodotto un disastro di salute pubblica. Colui che lo ha scoperto non lo ritiene infatti un esame idoneo a diagnosticare il tumore della prostata e, soprattutto, non in grado di differenziare due tumori con prognosi opposte. Una persona che presenta valori di Psa bassi può avere un cancro pericoloso, così come un numero elevato non per forza indica una malattia dall’esito segnato. Una volte per tutte, dunque, Abllin chiarisce che il dosaggio del Psa non è in grado di rispondere alle preoccupazioni dell’uomo. Anche perché, se bastasse soltanto questo dato per fare una diagnosi, almeno sei over 60 su dieci dovrebbero considerarsi colpiti dalla malattia. Per essere precisi, si dice che un Psa è normale al di sotto dei 4 nanogrammi per millilitro, ma l’ottanta percento degli uomini che presenta un valore compreso tra 4 e 10 ha un aumento del volume della prostata che però è benigno. Così quattro persone su dieci che hanno un Psa inferiore a 4 sono comunque malate di tumore della prostata.


Il dramma è che nella maggior parte dei casi trattati chirurgicamente, quando i pazienti sono a un passo se non già entrati nella terza età, la maggior parte di essi ha un’evoluzione favorevole. Ciò vuol dire che la morte, prima o poi, arriverà. Ma a provocarla non sarà stato il tumore della prostata. Psa bocciato in toto, dunque? No, tutt'altro. Secondo Ablin sarebbe un'altra storia se gli urologi ripetessero il test a chi presenta fattori di rischio - come precedenti casi di tumore della prostata in famiglia - e lo facessero regolarmente per stabilire in quanto tempo i valori si raddoppiano. «Ma questo negli Stati Uniti non accade», asserisce lo scienziato, portando come riferimento la storia di un certo amico Joe, a cui viene asportata la prostata soltanto perché il Psa ha superato il valore di 4. Questo abuso di chirurgia, abbinato all'exploit fatto registrare dal Robot Da Vinci oltreoceano, sarebbe alla base di quella che Ablin considera una truffa sulla pelle dei pazienti. «Ho passato 35 anni a spiegare questo alla gente, ma sono in ballo troppi interessi economici. C’è chi guadagna con lo screening, chi con le visite urologiche, chi con gli interventi chirurgici. In questo modo, per guarire una persona, si fanno danni ad altre cinquanta che si ritrovano impotenti e incontinenti pur avendo una malattia che non li ucciderà mai».


IL GRANDE INGANNO SULLA PROSTATA

Un libro che vuole fare riflettere su quanto spesso fare tanti, troppi esami per qualunque cosa spesso sia più controproducente che realmente utile.

Ogni anno centinaia di migliaia di uomini si sottopongono a dolorose biopsie per il cancro della prostata e moltissimi subiscono prostatectomie radicali, che spesso danno luogo a conseguenze devastanti come incontinenza, impotenza e trauma psicologico.

Ma il fatto sconcertante è che la maggior parte di questi uomini non sarebbe mai morta per una forma tanto comune di cancro, che spesso cresce così lentamente da non fare danno. Come siamo arrivati a un tale eccesso di esami clinici e di interventi chirurgici inutili?

Questa è la storia scioccante di come l’uso improprio di un test per il cancro della prostata abbia rovinato sistematicamente la vita di milioni di uomini, derubando il sistema sanitario di risorse preziose, scritta dallo scienziato padre della scoperta che ha portato allo sviluppo del test.

Per la prima volta, medici e vittime denunciano i danni causati dal test e chiedono che si individui un marcatore davvero specifico per i cancri aggressivi.

Il grande inganno sulla prostata pone domande provocatorie sulla natura del sistema sanitario e sulle terribili conseguenze umane che derivano dalla manipolazione della scienza per vantaggi personali ed economici.


Richard Ablin

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Il Grande Inganno sulla Prostata
Perché lo screening con il PSA può avere gravi conseguenze per milioni di uomini
€ 24,00

L'ULTIMA COINCIDENZA

L'ULTIMA COINCIDENZA - DI MARCO TRAVAGLIO :

Avendo perso conoscenza da un pezzo, B. giura di non aver “mai conosciuto” Imane Fadil. Naturalmente, come tutto ciò che dice da quando si sveglia a quando si corica, non è vero niente: nel 2010 la ragazza marocchina fu sei volte ospite delle “cene eleganti” ad Arcore, si esibì nella danza del ventre, ricevette da lui un anello e una busta con 5 mila euro, ma rifiutò l’invito a fermarsi a dormire da lui; e lo incontrò altre due volte, in un ristorante milanese e in un’altra villa in Brianza.


Ma il guaio peggiore non è che B. ha conosciuto Imane. È che lei ha conosciuto lui. E ha pure testimoniato contro.

Se sia stata uccisa, da chi e perché, lo appureranno i giudici.

Il cui prodest, una volta tanto, allontana i sospetti da B., che tutto poteva augurarsi fuorché il ritorno dei bungabunga sui giornaloni, che li avevano rimossi per riabilitarlo come leader moderato e argine al populismo.

Non solo: da viva Imane poteva essere contestata al processo Ruby-ter da Ghedini & C.; da morta, i suoi verbali dinanzi ai pm valgono come prova inconfutabile. Ma i vari ambienti criminali, italiani e internazionali, che circondano B. autorizzano i soliti sospetti di eccessi di zelo, favori non richiesti o messaggi ricattatori.

Senza escludere la tragica coincidenza: l’ennesimo anello di un’impressionante catena di disgrazie occorse a persone che hanno incrociato la strada di B. e si sono messe di traverso.

Negli anni 70 i proprietari terrieri di Segrate che non volevano vendere al costruttore di Milano 2 ricevevano visite di uomini armati e cambiavano idea.

Il 21 maggio 1992 Paolo Borsellino parla con due giornalisti francesi di indagini sui rapporti fra B., Dell’Utri e lo “stalliere” Mangano: due giorni dopo muore ammazzato Falcone, due mesi dopo pure Borsellino.

Nel ’93 un giovane attivista di Ravenna, Gianfranco Mascia, lancia i comitati Boicotta Biscione (BoBi). Il primo avvertimento anonimo gli arriva sul telefonino: “Smettila di rompere i coglioni. Sei una testa di cane. Bastardo. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio Forever”. Il 24 febbraio 1994, a un mese dalle elezioni, Mascia viene aggredito da due uomini a volto scoperto che lo immobilizzano col filo di ferro, gli tappano la bocca con un tampone e lo violentano con una scopa. Il portavoce bolognese del BoBi, Filippo Boriani, consigliere comunale dei Verdi, riceve una busta con una lingua di vitello mozzata e un biglietto: “La prossima sarà la tua”.

Autunno ’94: Edoardo Pizzotti, direttore Affari legali di Publitalia, viene licenziato in tronco dopo aver rifiutato di coprire i traffici di Dell’Utri & C. per inquinare le prove sulle false fatture del gruppo. E riceve telefonate minatorie e mute a casa, provenienti (risulta dai tabulati) da Publitalia. Un anno dopo racconta tutto testimoniando al processo di Torino contro Dell’Utri per frode fiscale: subito dopo, due figuri dal forte accento campano lo avvicinano nel centro di Milano e lo salutano così: “Guarda che ti facciamo scoppiare la testa”.

Nel luglio 1995 Stefania Ariosto inizia a raccontare al pm Ilda Boccassini quello che sa sui giudici comprati da Cesare Previti con soldi di B. La notizia rimane segreta per sette mesi, ma non per tutti. Alla vigilia di Natale, un pony express recapita alla Ariosto una scatola in cui galleggia nel sangue un coniglio scuoiato e sgozzato, con un biglietto d’auguri: “Buon Natale”.

Nel marzo 1996, dopo gli arresti, L’Espresso dedica allo scandalo Toghe sporche varie copertine con i verbali e le foto della Ariosto: il 22 maggio, a Camaiore, un incendio doloso polverizza la villa della vicedirettrice Chiara Beria di Argentine.

Marzo 2001: Daniele Luttazzi mi ospita a Satyricon, su Rai2, per parlare fra B. e Cosa Nostra. Oltre alle minacce pubbliche del centrodestra, riceve lettere anonime, telefonate e visite di strani ladri in casa: “Il Giornale pensò bene di pubblicare la mia dichiarazione dei redditi, col mio indirizzo di casa ben visibile.
Oltre alle lettere, mi arrivarono alcuni dossier anonimi, pieni di informazioni sulla mia vita privata e le mie abitudini. Come per avvertirmi: ehi, guarda che sappiamo tutto di te”.

Negli stessi giorni Indro Montanelli, che mi ha difeso dagli assalti berlusconiani, riceve chiamate di insulti e minacce ed è costretto a cancellare le iniziali I.M. dal citofono di casa. Lo racconta a Repubblica: “La cosa più impressionante sono state le telefonate anonime. Ne sono arrivate cinque, una dopo l’altra, tre delle quali di donne. Non so chi avesse dato loro il mio numero, che è assolutamente introvabile… Quella berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto… Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo… Non sono spaventato: piuttosto sono impressionato, come non lo ero mai stato… Io non avevo mai preso parte alla campagna di demonizzazione: tutt’al più lo avevo definito un pagliaccio, un burattino… Queste storie su Berlusconi uomo della mafia mi lasciavano molto incerto. Adesso invece qualsiasi cosa è possibile”.

Nel 2003 il pm fiorentino Gabriele Chelazzi, che indaga sulla trattativa Stato-mafia e i mandanti occulti delle stragi, muore all’improvviso d’infarto a 59 anni.

Nel 2006 il pentito Cosimo Cirfeta, imputato con Dell’Utri per aver depistato le indagini di mafia sull’inventore di FI, muore nella sua cella a Bari inalando il gas di un fornelletto da cucina.

Nel 2009 scoppia Puttanopoli e le due testi-chiave se la vedono brutta: Patrizia D’Addario riceve strane visite in casa e alla sua ex amica Barbara Montereale qualcuno fa esplodere l’automobile.

Nel 2012 parte il processo Ruby e il rag. Giuseppe Spinelli, cassiere di Arcore e custode dei segreti finanziari di B., viene rapito con la moglie e poi inspiegabilmente rilasciato in poche ore senz’alcun riscatto.

Il 1° marzo 2019 muore Imane Fadil: l’ultima coincidenza.

Marco Travaglio FQ 17 marzo


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domenica 17 marzo 2019

QUANDO INIZIAMO A INVECCHIARE?

Formalmente, iniziamo a farlo dall'età di 28 anni, quando si ferma la crescita dell'organismo.

Ma di fatto. iniziamo a invecchiare quando ci lasciamo vincere dal mondo:
- dal momento quando crediamo che i colleghi invidiosi, in fondo, abbiano ragione e il cattivo umore del capo sia una reazione alla nostra incapacità (mentre in realtà è prodotto dalle ostinate emorroidi);
- dal momento quando sosteniamo i discorsi dei genitori che giudicano tutto quanto e iniziamo a interessarci alla vita privata degli altri più del nostro sviluppo;
- iniziamo a invecchiare quando il televisore diventa l'unica fonte delle emozioni e la carriera professionale, l'unico scopo della vita;
- iniziamo a invecchiare quando dalle due varianti preferiamo quella meno rischiosa;
- quando pensiamo che sia già tardi per imparare qualcosa;
- invecchiamo quando iniziamo a vedere se stessi con gli occhi degli altri, quando smettiamo di trasformarci, di abbandonare le conoscenze che ci fanno annoiare scoprendo le nuove occupazioni e talenti;
- Invecchiamo quando smettiamo di essere bambini convinti di avere un futuro davanti, quando smettiamo di aspettare dalla vita dei miracoli e quando gli unici obiettivi sono la stabilità, la calma e il benessere materiale (la fine ideale di questo stato è una morte silenziosa nel proprio letto, circondati dai familiari in lutto);
- Invecchiamo quando smettiamo di fare le baldorie con gli amici e di lanciarci nelle avventure; quando ci va di comunicare con i colleghi piuttosto che con gli amici dell'infanzia, quando le nostre giornate diventano una grigia sequenze dei giorni uguali l'uno all'altro, quando iniziamo a pianificare l'allegria in anticipo e ci rianimiamo soltanto durante le ferie...


(Tatyana Nikitina)

Olga Samarina‎ da LA RUSSIA ESOTERICA E SCIENTIFICA

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sabato 16 marzo 2019

La povertà non è una mancanza di carattere, è una mancanza di denaro





di Rutger Bregman – Vorrei iniziare con una domanda semplice: perché i ceti svantaggiati prendono spesso decisioni svantaggiose? Lo so, è difficile rispondere: ma diamo un’occhiata ai dati. I poveri fanno più debiti, risparmiano meno, fumano di più, bevono di più, fanno meno esercizio e mangiano peggio. Perché?

La spiegazione tradizionale la diede una volta il premier inglese Margaret Thatcher. Che definì la povertà “un difetto della personalità.” Una mancanza di carattere, in sostanza.

So che molti di voi non sarebbero così brutali. Ma che ci sia qualcosa di sbagliato nei poveri non lo pensava solo la signora Thatcher. Forse qualcuno di voi crede che i poveri debbano rispondere dei propri errori. E altri potrebbero proporre di aiutarli a prendere decisioni migliori. Ma l’assunto di fondo è lo stesso: c’è qualcosa di sbagliato in loro. Se solo potessimo cambiarli; se solo potessimo insegnare loro come si vive; se solo ci ascoltassero. E a dirla tutta, questa è stata a lungo anche la mia, di opinione. Poi, appena qualche anno fa, ho scoperto che tutto ciò che pensavo di sapere sulla povertà era sbagliato.

Tutto iniziò quando mi imbattei, per caso, nello studio di un gruppo di psicologi americani. Avevano viaggiato per 13.000 chilometri, fino in India, per uno studio affascinante. Il soggetto erano i coltivatori di canna da zucchero. Dovete sapere che questi contadini ricevono il 60 percento circa del loro reddito annuale in un unico trasferimento, appena dopo il raccolto. Sono pertanto relativamente poveri per una parte dell’anno, e ricchi l’altra. I ricercatori li sottoposero a due test del QI, prima e dopo il raccolto. Il confronto dei risultati mi lasciò senza parole. Nel test prima del raccolto, il punteggio era molto inferiore. Pare che gli effetti della povertà corrispondano a una perdita di 14 punti di QI. Per darvi un’idea, l’effetto è paragonabile a una notte insonne, o all’alcoolismo.

Qualche mese dopo, seppi che Eldar Shafir, professore della Princeton University e co-autore di questo studio, stava arrivando in Olanda, dove vivo. Ci incontrammo ad Amsterdam per parlare della sua nuova, rivoluzionaria teoria della povertà. Posso riassumerla in due parole: mentalità della scarsità. Pare che il comportamento delle persone cambi, quando percepiscono una cosa come scarsa. E non importa molto cosa sia quella cosa – può essere tempo, denaro o cibo.

Conosciamo tutti quella sensazione: abbiamo troppo da fare, o abbiamo saltato il pranzo per lavoro e c’è un calo di zuccheri nel sangue. L’orizzonte mentale si restringe alla carenza immediata – al panino che abbiamo bisogno di mangiare ora, alla riunione che inizierà fra 5 minuti o alle bollette da pagare entro domani. E la capacità di pensare a lungo termine va a farsi benedire. Per fare un paragone, pensate a un nuovo computer che esegue 10 programmi pesanti tutti allo stesso tempo. Prima rallenta, e fa errori su errori. E alla fine si inchioda – non perché sia fatto male come computer, ma perché deve eseguire troppe operazioni alla volta. I poveri hanno lo stesso problema. Non prendono decisioni stupide perché sono stupidi, ma perché vivono in un contesto in cui tutti farebbero scelte stupide.

E all’improvviso mi è diventato chiaro perché molti dei nostri programmi di contrasto alla povertà non funzionano. Investire in formazione, ad esempio, si rivela spesso un buco nell’acqua. La povertà non è una mancanza di istruzione. Una recente analisi di 201 studi sui corsi di gestione delle finanze è giunta alla conclusione che non hanno quasi alcun effetto. Non fraintendetemi – non sto dicendo che i poveri abbiano la testa dura: certamente imparano qualcosa di utile. Ma non è abbastanza. Nelle parole del Professor Shafir, “È come insegnare a qualcuno a nuotare, e poi lanciarlo in un mare in tempesta.”

Avremmo potuto arrivarci decenni prima. Questi psicologi non hanno fatto complicate scansioni cerebrali; hanno solo misurato il QI dei coltivatori, e quei test sono stati inventati più di 100 anni fa. Ricordai anche di essermi già imbattuto nella psicologia della povertà. George Orwell, uno dei maggiori scrittori mai vissuti, negli anni ’20 sperimentò la povertà di persona. “L’essenza della povertà,” scrisse all’epoca, è che “cancella il futuro.” E si meravigliava di come, e qui cito, “La gente dia per acquisito il diritto di farti la predica e pregare per te, appena il tuo reddito scende sotto un certo livello.”

Queste parole conservano tutta la loro forza ancora oggi. La questione, ovviamente, è: cosa si può fare? Gli economisti moderni hanno qualche asso nella manica. Potremmo aiutarli a compilare i documenti, o mandare una notifica via sms quando è ora di pagare le bollette. Questo tipo di soluzione è molto popolare tra i politici moderni, soprattutto perché… beh, non costa quasi nulla. Soluzioni come queste, a mio avviso, sono un simbolo di quest’epoca in cui si trattano i sintomi di un male, ignorandone la causa sottostante.

Perciò mi chiesi: perché non cambiamo il contesto in cui vivono i poveri? Oppure, tornando all’analogia del computer: perché continuiamo a ritoccare il software quando potremmo risolvere il problema installando un po’ più di memoria? Lo sguardo del Professor Shafir si fece assente, e dopo qualche secondo disse: “Oh, ho capito. Intendi dare più denaro ai poveri per sradicare la povertà. Certo, sarebbe grandioso. Ma temo che quella marca di sinistra che avete ad Amsterdam non ci sia negli Stati Uniti.”

Ma è davvero una vecchia idea di sinistra? Mi tornò alla mente un’antica proposta, avanzata da alcuni dei più importanti pensatori della Storia. Il filosofo Tommaso Moro fu il primo ad accennarne nel suo libro, “Utopia”, più di 500 anni fa. E ha sostenitori in tutto l’arco politico, da destra a sinistra, dal difensore per i diritti civili, Martin Luther King, all’economista Milton Friedman. Ed è un’idea incredibilmente semplice: il reddito di base garantito.

Che cos’è? È molto semplice. Si tratta di un reddito mensile per coprire i bisogni di base: cibo, riparo, istruzione. È completamente incondizionato, quindi nessuno ti dirà cosa devi fare per averlo, né come devi spenderlo. Il reddito di base non è un favore, ma un diritto. Non comporta alcuno stigma sociale. Così, quando capii la reale natura della povertà, iniziai a chiedermi senza sosta: è questa l’idea che tutti aspettavamo? Potrebbe essere davvero così semplice? E nei tre anni successivi, lessi tutto ciò che potevo sul reddito di base. Navigai tra le dozzine di esperimenti condotti in tutto il mondo, e in breve mi imbattei nella storia di una città che ci era riuscita – aveva sradicato la povertà. Ma poi… quasi tutti se ne dimenticarono.
La città senza povertà

Questa storia inizia a Dauphin, in Canada. Nel 1974, in quella piccola città fu garantito a tutti un reddito di base, affinché nessuno cadesse al di sotto della soglia di povertà. All’inizio dell’esperimento, un esercito di ricercatori scese in città. Per quattro anni, tutto andò bene. Poi però un nuovo Governo salì al potere, e non vide molte ragioni di condurre un esperimento così costoso. E quando fu chiaro che mancavano i fondi per analizzare i risultati, i ricercatori decisero di chiudere i fascicoli in 2.000 scatole. Passarono 25 anni, e un giorno Evelyn Forget, una professoressa canadese, trovò quei risultati. Per tre anni sottopose i dati a ogni tipo di analisi statistica. E comunque li manipolasse, il risultato era sempre lo stesso: l’esperimento era stato un clamoroso successo.

Evelyn Forget scoprì che gli abitanti di Dauphin erano diventati non solo più ricchi, ma anche più sani e intelligenti. Il rendimento scolastico dei ragazzi migliorò sensibilmente. Il tasso di ospedalizzazione diminuì addirittura dell’8,5%. Diminuirono le violenze domestiche e anche le denunce di disagio mentale. E la gente non abbandonò il posto di lavoro. Gli unici che lavorarono un po’ meno furono le neo-mamme e gli studenti, che studiavano più a lungo. E risultati analoghi sono emersi, da allora, in moltissimi altri esperimenti in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’India.

Quindi … ecco cosa ho imparato: quando si parla di povertà, noi, i ricchi, non dovremmo pretendere di saperla più lunga. Dovremmo smetterla di mandare scarpe e giocattoli a poveri che non abbiamo mai visto. E dovremmo sbarazzarci della pletora di burocrati paternalisti, destinando i loro stipendi a quei poveri che dovrebbero aiutare.

Perché il bello del denaro è che possiamo usarlo per acquistare ciò che ci serve, e non ciò che presunti “esperti” ritengono che ci serva. Pensate a quanti brillanti scienziati, imprenditori e scrittori come George Orwell, stanno oggi appassendo nel bisogno. Pensate a quante energie e talenti potremmo liberare se ci sbarazzassimo della povertà una volta per tutte. Penso che un reddito di base agirebbe da capitale di rischio per le persone. E non possiamo permetterci di non farlo, perché la povertà è estremamente costosa. Guardate quanto costa, ad esempio, la povertà infantile negli Stati Uniti. È un costo stimato di 500 miliardi di dollari all’anno, in termini di maggiori costi sanitari, abbandoni scolastici e criminalità. È un incredibile spreco di potenziale umano.

Ma parliamo del problema principale: come finanziamo un reddito di base garantito? In realtà costa molto meno di quanto pensiate. A Dauphin è stato finanziato con un’imposta sul reddito negativa. Perciò ricevete un’integrazione appena scendete sotto la soglia di povertà. E in questo scenario, stando alle migliori stime degli economisti, per un costo netto di 175 miliardi – un quarto del budget militare, o l’1% del PIL, degli Stati Uniti – potreste sollevare gli americani indigenti dalla soglia di povertà. Potreste sradicare la povertà. E dovrebbe essere quello, l’obiettivo.

Il tempo del pensiero debole e delle spinte gentili è finito. Credo davvero che sia giunto il momento di idee nuove e radicali, e il reddito di base è molto di più dell’ennesima politica sociale. È anche un completo ripensamento del concetto di lavoro. E in questo senso, libererà non solo i poveri, ma anche il resto di noi.

Oggi, milioni di persone sentono che il loro lavoro ha poco senso. Una recente inchiesta tra 230.000 impiegati in 142 nazioni ha scoperto che solo il 13 percento degli impiegati ama il proprio lavoro. Un altro sondaggio ha scoperto che il 37 percento dei lavoratori inglesi svolge un lavoro che loro per primi pensano non dovrebbe esistere. Nelle parole di Brad Pitt in “Fight Club”, “Troppo spesso facciamo lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono.”

Ora, non fraintendetemi – non sto parlando di insegnanti, netturbini e addetti alla cura alla persona. Se loro smettessero di lavorare, allora sì che saremmo nei guai. Parlo di tutti quei professionisti strapagati, con curriculum stellari, che si guadagnano lo stipendio con… riunioni tra pari di transazioni strategiche con focus sulla co-creazione dirompente nella società della rete.

O qualcosa del genere. Pensate solo a quanto talento stiamo sprecando, solo perché diciamo ai nostri ragazzi che dovranno “guadagnarsi da vivere”. O a un brillante matematico di facebook, che qualche anno fa lamentava: “Le migliori menti della mia generazione cercano di convincere la gente a cliccare sulla pubblicità.”

Sono uno storico. E se la Storia ci insegna qualcosa, è che le cose possono cambiare. Non c’è niente di inevitabile nell’attuale struttura della società e dell’economia. Le idee possono cambiare il mondo, e lo cambiano. E soprattutto negli ultimi anni, è diventato più che chiaro che lo status quo è insostenibile: servono nuove idee.

So che molti di voi sono assaliti dal pessimismo, davanti a un futuro di diseguaglianze, xenofobia e cambiamenti climatici. Ma non basta sapere a cosa opporsi: serve anche una causa da sostenere. Martin Luther King non disse, “Io ho un incubo”. Aveva un sogno, lui.

Ecco quindi il mio, di sogno: io credo in un futuro in cui il valore del vostro lavoro non si misuri dalla busta paga, ma da quanta felicità diffondete e da quanto “significato” apportate. Credo in un futuro in cui l’educazione non serva a prepararvi all’ennesimo lavoro inutile, ma a vivere bene la vita. Credo in un futuro in cui una vita senza povertà non sia un privilegio, ma un diritto di tutti. È questo il punto. Abbiamo la ricerca, le prove e le risorse.

Oggi, oltre 500 anni dopo che Tommaso Moro iniziò a scrivere sul reddito di base, e 100 anni dopo che George Orwell ha scoperto la vera natura della povertà, è tempo di aggiornare la nostra visione del mondo, perché la povertà non è una mancanza di carattere. La povertà è una mancanza di denaro.
L’AUTORE

Rutger Bregman è uno dei giovani pensatori più importanti d’Europa. Olandese, 28 anni, storico e autore di successo, ha pubblicato quattro libri su storia, filosofia ed economia. Il suo libro “Utopia per realisti”, sul reddito di base universale e altre idee radicali, è stato tradotto in più di 20 lingue. Il suo lavoro è stato descritto su The Washington Post, The Guardian e nella BBC.

TED2017 Translated by Michele Gianella – Reviewed by Patrizia Romeo Tomasini




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venerdì 15 marzo 2019

COME OPERA LA PROPAGANDA L'operazione Greta

«L'operazione Greta, chi si occupa di comunicazione lo sa, ha bisogno di un apparato ingente.

Tecnici, cameramen, regia, esperti, tanti soldi, 950 giornalisti, 110 TV, entrature, copertura quotidiana su tutti i TG del pianeta, Davos, Parlamento Europeo, ONU.


E ora il Nobel.

Un’operazione così potente ha bisogno di mezzi ingenti e di essere orchestrata ai massimi livelli. Per ora sono in possesso di tali mezzi solo coloro che dell'inquinamento planetario, di terra, mare, città e aria, sono gli autori. Tutto qui.

I potenti, perché questa è roba loro, pongono il problema. Si chiama Shock economy.

A breve porranno la soluzione.

La loro soluzione.

Poi quando leggo "anche a Davos la piccola Greta zittisce i potenti " se penso che ci sia al mondo anche solo una persona in grado di credere che i potenti invitino una ragazzina per farsi zittire, allora perdo le speranze.

Sono quegli stessi potenti che stanno uccidendo 400 bambini al giorno in Yemen, e 22mila al mondo - da sempre - di fame.

Gli stessi che hanno ucciso Sankara e altri ventidue capi africani. E poi Mattei, Moro, Kennedy, Gheddafi, Saddam Hussein. Gli stessi che hanno fatto 228 anni di guerra su 260 di esistenza e 110 colpi di stato.

Quelli che spendono per ogni bambino che muore di fame 60mila dollari al giorno in armi, invece di 60 centesimi per salvarlo.

Quei potenti che in 26 posseggono più dei 3,7 miliardi più poveri.

Costoro, hanno visto Greta, e hanno tremato.

Morto Osama Bin Laden, sparito ISIS, ora c'è Greta.

Al di là dei dati meramente ambientali, questa è stata una poderosa prova di forza mediatica.

Essere stupidi è un diritto, ma questo è un abuso».

Francesco Neri

[DISCLAIMER: non è un post contro Greta (come potrebbe?) né, tanto meno, contro il problema dell'inquinamento. Qua si parla di propaganda, di narrazione e dell'uso strumentale dei giovani]




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mercoledì 13 marzo 2019

Sorridi: hai già vinto!

... Ad un certo punto sia la dr.ssa Lesmo, che anche Mazzucco, dicono che a volte si perde proprio la speranza: quando vedi che le stesse menzogne vengono dette e ridette, ripetute anche quando sarebbe ora di smetterla, e la gente normale ci crede, cosa ti resta? Sembra una battaglia troppo grande, un tentativo disperato, un’impresa impossibile: la gente, la maggioranza silenziosa, non capirà mai, non vorrà mai approfondire, si fiderà sempre dei tg…
Anch’io, lo confesso, mi sono trovato spesso in questa situazione di sconforto. Ma mentre ascoltavo è maturata in me un’idea: stiamo combattendo la battaglia sbagliata!


Pensiamoci: è mai esistita un’epoca storica in cui non ci fossero prevaricazioni dei più forti sui più deboli? Un’epoca in cui l’avidità non fosse il motivo conduttore della maggioranza della gente? Un’epoca in cui chi cercava il potere lo faceva soprattutto a fini personali?


Ecco la mia conclusione: non dobbiamo farci carico del cambiamento degli altri: non è quella la nostra battaglia. (Anzi, a volte cercare di convincere gli altri a salire sul nostro carro può essere un indice di poca convinzione: cerchiamo alleati perchè, tutto sommato, non siamo più di tanto convinti noi, delle nostre scelte)
Ma se abbiamo capito il sistema, non c’è bisogno di convincere nessuno: abbiamo già vinto in noi stessi; noi che abbiamo capito, sappiamo:
come filtrare le notizie che ci danno, scartando tutte quelle (la maggior parte) che servono altri fini, magari occulti;
come curarci, senza delegare la nostra salute allo specialista di turno;
come alimentarci, scartando tutti i veleni che provano ad infilare nel nostro piatto;
come ascoltare i programmi dei partiti politici che chiedono il nostro voto, dando il giusto (=pressochè nullo) peso a chi cerca di comandarci;
come fare la spesa, in una maniera che non vada ad alimentare multinazonali che inseguono esclusivamente il profitto, a discapito dell’ambiente, delle condizioni dei lavoratori;
ecc.;


Ecco perchè ti dico che hai già vinto.
Se leggi questo post, se sei uno che cerca le notizie per conto suo, che si informa, sei un vincitore: ti sei liberato dagli inganni e puoi vivere la vita in maniera diversa.

Gli altri non lo fanno? Pazienza. Prima di tutto vinci la battaglia per la tua vita – è lì che si gioca la mano vincente.
Chi ti sta intorno continua a fare tutto come prima? Pazienza.
Ma tu hai già vinto.
https://www.ingannati.it/2018/04/28/sorridi-hai-gia-vinto/

http://compressamente.blogspot.com/2018/05/hai-gia-vinto.html

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