mercoledì 19 settembre 2018

Quando l’Italia era meravigliosa: 1 mese al mare ogni anno con 1 milione mezzo di lire

Qualche giorno fa, illustrando il 25esimo rapporto sui cambiamenti economici e sociali, l’Istat ci ha spiegato con la forza fredda dei grandi numeri, che l’Italia è un paese in declino, nel quale le diseguaglianze aumentano invece che ridursi. La classe media è risucchiata nel proletariato, il proletariato si accapiglia col sotto-proletariato per un po’ di lavoro o un po’ di welfare mentre una piccola schiera di privilegiati scivola dietro la curva e scompare dall’orizzonte. Di fronte a questo scenario, di solito, i sociologi dicono che l’ascensore sociale si è rotto. Ma non è così. L’ascensore sociale non si è rotto; è stato manomesso da una selvaggia impostazione economica che regge la globalizzazione e che va sotto il nome di neo-liberismo. Per spiegarmi voglio essere del tutto anti-scientifico. Non ricorrerò alle medie di Trilussa che soccorrono gli economisti quando vogliono dirci che tutto va bene anche quando sembra che tutto vada male. No. Per convincervi che tutto andava bene quando sembrava che tutto andasse male, io ricorrerò ai miei ricordi di gioventù. Niente di più soggettivo, niente di più vero.

Erano gli anni 80, i jeans si portavano ancora sopra il livello delle mutande, nessuno si sarebbe mai arrischiato a mangiare pesce crudo in un ristorante cinese e Mani Pulite non ci aveva ancora privato di una classe politica paurosamente incline alle Carlo Verdone tangenti ma anche fieramente impermeabile al capitalismo liberista. Dai grandi sentivo dire che avevamo un sacco di guai, che oggi scopro essere gli stessi di sempre; anzi, gli stessi di tutti i paesi. In quell’Italia però l’ascensore sociale funzionava. Coi suoi tempi, scalino dopo scalino, ma funzionava. La prima cosa che ricordo è che in classe l’appello contava una trentina di nomi. Le famiglie erano più numerose di oggi e a scuola ci mischiavamo tutti: i figli dei ricchi coi figli dei poveri coi figli della classe media. Al di là di qualche accessorio più scintillante, tuttavia, lo stile di vita non era poi così differente. Con diecimila lire trascorrevamo, tutti insieme, la serata in pizzeria.



Non ricordo problemi di disoccupazione.

Chi non aveva voglia di studiare, se ne andava a fare il muratore, l’operaio o l’artigiano e a 18 anni riuscivi pure ad invidiarlo perché si era già potuto comprare una macchina burina che piaceva alle ragazze burine. Ma allora nessuno sembrava burino, forse perché lo eravamo tutti. Una cosa che proprio non esisteva era Equitalia. Fatta eccezione per l’acquisto della casa e dell’automobile, non ci si indebitava per i beni voluttuari. Nessuno faceva un finanziamento per andare in vacanza, comprare un motorino e tantomeno un televisore da 42 pollici. Nemmeno te lo proponevano. Le cose, molto semplicemente, si compravano quando si avevano i soldi per comprarle. Altrimenti, si aspettava. In famiglia, ma più in generale nella società, c’era una cultura condivisa del risparmio. Il denaro non era il presente, il denaro era il futuro. Lo insegnavano i nonni, Giovani anni ’80 dotandoci di salvadanai nei quali accumulare gli spiccioli delle mance e regalandoci buoni postali che avremmo riscosso una volta maggiorenni, toccando con mano, e con anni di ritardo, tutta la concreta lungimiranza del loro affetto.

Insieme al risparmio, l’altro grande valore era lo studio. Ricordo padri e madri fieri di poter mandare i propri figli, miei compagni, al liceo anziché alla scuola professionale e poi commossi fino alle lacrime per il primo laureato della casa. Nessuno allora parlava in modo sprezzante del “pezzo di carta”. La laurea era la garanzia di una promozione sociale che nessuno avrebbe più retrocesso e che diventava una conquista collettiva dell’intera famiglia. Non solo dello studente; anche di chi, con sacrificio, gli aveva consentito di studiare. L’istruzione, tuttavia, non era l’unico trampolino sociale. Tanti operai, dopo qualche anno di apprendistato e specializzazione, riuscivano a coronare il sogno di “mettersi in proprio”. Si diceva così e lo si diceva con orgoglio perché aprire una partita Iva, allora, era ancora una libera scelta. Andavi in banca, spiegavi il tuo progetto, ti davano un prestito e cominciava l’avventura che segnava la vita: da operaio a padrone. Quelli però erano padroni diversi dai grandi industriali di ieri e dai piccoli manager di oggi. Alessandro Montanari. Quelli erano padroni che, dentro, continuavano a sentirsi operai. Padroni che usavano le mani, che parlavano in dialetto e che conservavano un’intima diffidenza per i saputelli anglofili che poi avrebbero rovinato tutto.

Com’era bella quell’Italia. Provinciale, ombelicale, modesta, furbacchiona, eppure così solida, generosa e vitale. Scrivere è terapeutico. Così mi accorgo solo ora del motivo profondo per cui ho scritto questo articolo senza capo né coda. L’ho scritto perché non riesco a perdonare chi mi ha portato via quel paese. Non perdono chi ci ha abituato a fare debiti per tv ultrapiatte, chi ci ha venduto come modernità i co.co.co, i co.co.pro e i voucher e chi ha inchiodato i giovani ad un telefonino per distrarli da un oggi senza domani. Più di tutto, però, io non riesco a perdonare chi non ha soccorso quei piccoli eroi dalle mani callose che, piuttosto di abbassare la saracinesca di una fabbrica, hanno scelto di abbassare la saracinesca di una vita. Padroni perché padroni di loro stessi. Operai perché operosi.
https://guardforangels.altervista.org/blog/2018/09/quando-litalia-era-meravigliosa-1-mese-al-mare-ogni-anno-con-1-milione-mezzo-di-lire/

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domenica 16 settembre 2018

Svezia un ' integrazione impossibile, Un vero inferno........ Lo vogliamo anche qui ?


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sabato 15 settembre 2018

Vietato diffondere i post dei blog: il bavaglio al web dall’Ue

Bavaglio al web

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ad ampia maggioranza ha approvato la legge sul copyright. In Italia il Movimento 5 Stelle tuona il suo parere contrario per voce del leader Di Maio, mentre sui più blasonati giornali online si festeggia. Ufficialmente gli articoli 11 e 13, vero cuore della riforma, sembrano indirizzati a presevare il diritto d’autore, ma, come dice il poeta, “fatta la legge trovato l’inganno”.

Lascerei perdere l’idea che il pericolo stia dietro il divieto di pubblicare immagini o spezzoni di contenuti altrui sotto forma di link (chiamati “snippet”). Se fosse davvero tutto qua ci sarebbe solo da festeggiare: basterebbe infatti evitare di richiamare le puttanate che puntulamente scrivono le testate giornalistiche mainstream e saremmo a cavallo. Anzi, messa giù così, l’agonia del giornalismo prezzolato subirebbe una forte accelerazione perchè le piattaforme più importanti del web come Google e Facebook si troverebbero nella condizione di impedire la divulgazione tramite modalità ipertestuale dei vari “Espresso”, “Repubblica”, “Corriere, “Sole 24 Ore”, “Huffington Post”, ecc. Per i blog, i canali privati di YouTube e le testate giornalistiche medio-piccole sarebbe una manna caduta dal cielo di Strasburgo.


Siccome le lobby degli editori, invece, hanno fatto pressione proprio nel senso opposto a quello sopra descritto, occorre allora chiedersi che diamine nasconda questa legge. Il trucco sta tutto negli algoritmi che Facebook e Google News dovranno implementare per difendere il diritto d’autore.

Con ogni probabilità, Zuckerberg e amici dovranno pagare costosissimi algoritmi allo scopo di individuare tutti quei siti e post che non pagano gli editori per avere il diritto di pubblicare un loro link nella forma evoluta dello “snippet”. In altri termini, se possiedi un sito web che divulga informazioni, alla fine dell’iter attuativo della legge, potresti trovarti bloccato da Facebook o da qualsiasi piattaforma internet.


Perché? Per il semplice fatto che queste piattaforme si saranno dotate di un algoritmo che individua i siti dotati di licenza, li lascia scaricare i contenuti, e al contempo blocca tutti quelli che non hanno la licenza, cioè quelli che non si fanno pagare, come i piccoli blog o le piccole testate giornalistiche. Sembra non aver nulla a che fare col diritto d’autore, e infatti non ce l’ha; quello è solo il pretesto per fermare la libera informazione col trucchetto sorosiano della burocrazia.
Lo scenario peggiore è quello per il quale le grandi case editoriali, tipo “L’Espresso”, pagano una licenza ridicola e l’algoritmo facebookiano le intercetta e le accomoda sulla piattaforma con i loro link, le immagini e tutta la compagnia cantando.

Gli altri che non pagano alcuna licenza, ma che lasciano accedere gratuitamente ai contenuti da essi prodotti, potrebbero però trovarsi bloccati perchè un algoritmo così elaborato da ricercare ogni singola foto, ogni musichetta da 5 secondi, ogni citazione ipertestuale, magari da Wikipedia, richiede un processso troppo complicato e, al più, esageratamente costoso.

Insomma, per semplificare e abbattere i costi, Facebook e Google potrebbero bloccare tutta l’informazione non-mainstream, cioè, e guarda caso, tutta l’informazione che ha sconfitto il clan dei Clinton in America, che ha favorito la Brexit e ha consentito l’avanzata dei sovranisti nell’EuropaContinentale (Italia in primis).

Anche qualora un sito web di news riuscisse a rivedere la propria produzione evitando le rassegne stampa, i link e le citazioni, basterà una foto di qualche politico o di qualche incontro pubblico, magari postato agli albori del sito, per vedersi il blocco perenne delle piattaforme internazionali.
Hai voglia, dopo, con l’avvocatucolo di Vergate sul Membro, a farsi ripristinare il diritto a postare su Facebook avendo a che fare con interlocutori che hanno sede legale a Menlo Park in California… Molti attivisti ripongono fiducia sull’abilità delle piattaforme di adeguare gli algoritmi in modo da rispettare solo gli “snippet”, oppure sulla concretezza legislativa delle singole nazioni. Oppure, ancora, su un cambio di leadership al Parlamento Europeo, visto che verrà rinnovato nel 2019.

Comunque vada a finire questa complicata vicenda, una cosa è già appurata: non c’è nessuno di più smaccatamente illiberale dei liberisti che hanno preso le redini di questo continente, oramai troppo vecchio e stupido per poter pensare a qualsivoglia unificazione, trincerato in battaglie di retroguardia e incapace di proporre un valido modello alternativo a quello dei satrapi orientali alla Xi Jinping o al bellafighismo hollywoodiano d’oltreoceano (ps: quello della foto sono io. Ho già cominciato a tutelarmi, e sono anche più bello di Juncker).


(Massimo Bordin, “Ecco cosa di nasconde dietro la legge sul copyright”, dal blog “Micidial” del 13 settembre 2018Il 12 settembre il Parlamento Europeo ad ampia maggioranza ha approvato la legge sul copyright. In Italia il Movimento 5 Stelle tuona il suo parere contrario per voce del leader Di Maio, mentre sui più blasonati giornali online si festeggia. Ufficialmente gli articoli 11 e 13, vero cuore della riforma, sembrano indirizzati a presevare il diritto d’autore, ma, come dice il poeta, “fatta la legge trovato l’inganno”.

Lascerei perdere l’idea che il pericolo stia dietro il divieto di pubblicare immagini o spezzoni di contenuti altrui sotto forma di link (chiamati “snippet”). Se fosse davvero tutto qua ci sarebbe solo da festeggiare: basterebbe infatti evitare di richiamare le puttanate che puntulamente scrivono le testate giornalistiche mainstream e saremmo a cavallo. Anzi, messa giù così, l’agonia del giornalismo prezzolato subirebbe una forte accelerazione perchè le piattaforme più importanti del web come Google e Facebook si troverebbero nella condizione di impedire la divulgazione tramite modalità ipertestuale dei vari “Espresso”, “Repubblica”, “Corriere, “Sole 24 Ore”, “Huffington Post”, ecc. Per i blog, i canali privati di YouTube e le testate giornalistiche medio-piccole sarebbe una manna caduta dal cielo di Strasburgo.

Siccome le lobby degli editori, invece, hanno fatto pressione proprio nel senso opposto a quello sopra descritto, occorre allora chiedersi che diamine nasconda questa legge. Il trucco sta tutto negli algoritmi che Facebook e Google News dovranno implementare per difendere il diritto d’autore. Con ogni probabilità, Zuckerberg e amici dovranno pagare costosissimi algoritmi allo scopo di individuare tutti quei siti e post che non pagano gli editori per avere il diritto di pubblicare un loro link nella forma evoluta dello “snippet”. In altri termini, se possiedi un sito web che divulga informazioni, alla fine dell’iter attuativo della legge, potresti trovarti bloccato da Facebook o da qualsiasi piattaforma internet.

Perché? Per il semplice fatto che queste piattaforme si saranno dotate di un algoritmo che individua i siti dotati di licenza, li lascia scaricare i contenuti, e al contempo blocca tutti quelli che non hanno la licenza, cioè quelli che non si fanno pagare, come i piccoli blog o le piccole testate giornalistiche. Sembra non aver nulla a che fare col diritto d’autore, e infatti non ce l’ha; quello è solo il pretesto per fermare la libera informazione col trucchetto sorosiano della burocrazia.

Lo scenario peggiore è quello per il quale le grandi case editoriali, tipo “L’Espresso”, pagano una licenza ridicola e l’algoritmo facebookiano le intercetta e le accomoda sulla piattaforma con i loro link, le immagini e tutta la compagnia cantando. Gli altri che non pagano alcuna licenza, ma che lasciano accedere gratuitamente ai contenuti da essi prodotti, potrebbero però trovarsi bloccati perchè un algoritmo così elaborato da ricercare ogni singola foto, ogni musichetta da 5 secondi, ogni citazione ipertestuale, magari da Wikipedia, richiede un processso troppo complicato e, al più, esageratamente costoso. 
Insomma, per semplificare e abbattere i costi, Facebook e Google potrebbero bloccare tutta l’informazione non-mainstream, cioè, e guarda caso, tutta l’informazione che ha sconfitto il clan dei Clinton in America, che ha favorito la Brexit e ha consentito l’avanzata dei sovranisti nell’Europa Continentale (Italia in primis). Anche qualora un sito web di news riuscisse a rivedere la propria produzione evitando le rassegne stampa, i link e le citazioni, basterà una foto di qualche politico o di qualche incontro pubblico, magari postato agli albori del sito, per vedersi il blocco perenne delle piattaforme internazionali.

Hai voglia, dopo, con l’avvocatucolo di Vergate sul Membro, a farsi ripristinare il diritto a postare su Facebook avendo a che fare con interlocutori che hanno sede legale a Menlo Park in California… Molti attivisti ripongono fiducia sull’abilità delle piattaforme di adeguare gli algoritmi in modo da rispettare solo gli “snippet”, oppure sulla concretezza legislativa delle singole nazioni. Oppure, ancora, su un cambio di leadership al Parlamento Europeo, visto che verrà rinnovato nel 2019. 

Comunque vada a finire questa complicata vicenda, una cosa è già appurata: non c’è nessuno di più smaccatamente illiberale dei liberisti che hanno preso le redini di questo continente, oramai troppo vecchio e stupido per poter pensare a qualsivoglia unificazione, trincerato in battaglie di retroguardia e incapace di proporre un valido modello alternativo a quello dei satrapi orientali alla Xi Jinping o al bellafighismo hollywoodiano d’oltreoceano (ps: quello della foto sono io. Ho già cominciato a tutelarmi, e sono anche più bello di Juncker).

(Massimo Bordin, “Ecco cosa di nasconde dietro la legge sul copyright”, dal blog “Micidial” del 13 settembre 2018).




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Copyright: È vergognoso! Ha vinto il partito del bavaglio"


il Parlamento europeo approva la riforma

STRASBURGO - Il Parlamento europeo ha approvato due giorni fa la proposta di riforma del Copyright con 438 voti a favore, 226 contro e 39 astensioni.  Gli eurodeputati della Lega e del M5S hanno votato compatti contro. A favore di è invece espressa la maggioranza dei Popolari (Ppe) e dei Socialisti e Democratici (S&D). Spaccature si sono poi registrate nel gruppo dei Liberali (Alde), dell'Ecr e nell'Efdd, di cui fanno parte gli eurodeputati pentastellati. Anche il gruppo delle destre Enf (di cui fa parte la Lega) si è spaccato, mentre la maggioranza dei Verdi ha votato contro la riforma. E' stato anche adottato a maggioranza il mandato per cominciare i negoziati con Consiglio e Commissione Ue, necessari per arrivare alla definizione del testo legislativo finale.

Adinolfi (M5S), è bavaglio, legalizzata censura - "Una pagina nera per la democrazia e la libertà dei cittadini. Con la scusa della riforma del copyright, il Parlamento europeo ha di fatto legalizzato la censura preventiva. Il testo approvato oggi dall'aula di Strasburgo contiene l'odiosa link tax e filtri ai contenuti pubblicati dagli utenti. È vergognoso! Ha vinto il partito del bavaglio". E' quanto dichiara l'europarlamentare del Movimento 5 Stelle Isabella Adinolfi. "Purtroppo sono stati respinti tutti gli emendamenti di stralcio che il Movimento 5 Stelle aveva presentato. In particolare, l'articolo 11 che prevede l'introduzione della cosiddetta #linktax, e il 13 che mira a introdurre una responsabilità assoluta per le piattaforme, nonché un meccanismo di filtraggio dei contenuti caricati dagli utenti", conclude Adinolfi.

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martedì 11 settembre 2018

La Svezia ci mostra i danni del buonismo e delle false integrazioni

Sul Corriere è stata riportata una bella storia svedese. Tove, impiegata di banca vive ad Alby, quartiere di immigrati, detto la piccola Baghdad, dove gli svedesi-svedesi sono ridotti all’11% della popolazione. Bene, la signora Tove aveva comprato una bella Saab, coi soldi lasciati dal padre. Una sera durante degli scontri tra polizia e iracheni, l’auto è stata incendiata. Al mattino la nostra impiegata si è recata alla polizia per denunciare l’accaduto e siccome all’assicurazione servono dei dettagli, chiede qualcosa degli arrestati, niente nomi dice la polizia, allora Tove chiede” ma sono stati gli arabi o gli africani”? L’etnia non possiamo comunicarla, le viene risposto, insomma Tove ha rischiato una denuncia per razzismo e xenofobia. Dichiarare che è stato un immigrato a bruciare l’auto è un’ informazione impropria, va contro la legge. Grazie alla lungimirante tolleranza della sinistra svedese, nella scuola elementare non si festeggia il Natale per non discriminare la maggioranza di musulmani, nei fast food non si trova il bacon, nella patria dei diritti e del no gender in piscina uomini e donne nuotano divisi. Ora avrete capito perchè la destra svedese abbia avuto tanti voti, tra cui quello della signora Tove. E’ la demagogia buonista, fatta di finte accoglienze e finte integrazioni, che ha fatto esplodere in Europa le destre. Finte accoglienze perchè

l’idea che c’è posto per tutti è una balla. I paesi sono come il corpo umano: possono ricevere un tot di cibo e tot possono assimilare.

L’eccesso finisce inevitabilmente per accumularsi in quartieri ghetto, dove vivono i meno benestanti, quelle che da noi sono le periferie e li cresce il voto delle destre. Non si tratta di voti necessariamente xenofobi, si tratta di gente che vive male, in una specie di notte dove il buio è sempre più buio e la luce non viene mai. Invece di urlare al pericolo razzista, i partiti tradizionali dovrebbero riflettere sul come contenere e attenuare il problema, risolverlo è difficile. Le ricette della destra sono semplicistiche, ma il “buonismo” rischia di essere devastante.

Il primo passo è riconoscere che questa forte immigrazione non è un fenomeno neutrale, cambia le nostre società nel profondo, compresa la nostra avanzata cultura dei diritti.

https://www.finanzaelambrusco.it/articoli/articoli/politica/la-svezia-ci-mostra-i-danni-del-buonismo-e-delle-false-integrazioni/
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venerdì 7 settembre 2018

L’uso della moneta per colonizzare un paese:

L’uso della moneta per colonizzare un paese: il caso del Madagascar. Chi controlla la moneta, controlla l’economia di un popolo.,


Ai nostri giorni, l’aggressione militare è considerata un crimine contro l’umanità e le corti internazionali, quando sono chiamate in causa, di solito chiedono che gli aggressori siano puniti pagando un risarcimento.
[…]
Nel 1895 la Francia invase il Madagascar, sciogliendo il governo dell’allora regina Ranavalona III e dichiarando il paese colonia francese.
Tra le prime cose che il generale Gallieni fece dopo la «pacificazione», come piacque chiamarla ai francesi, ci fu l’imposizione di pesanti tasse sulla popolazione malgascia, la quale doveva rimborsare i costi necessari all’invasione.
La tassa era molto alta e pagabile solo in franchi malgasci, nuovi di zecca. In altre parole, Gallieni stampò moneta e poi chiese a tutti di ridargliene indietro una parte.
Quello che colpisce è il linguaggio con cui descrisse la tassazione. Parlava di « impôt moralisateur », ovvero di «tassa moralizzatrice, educativa». In altre parole era finalizzata, usando il linguaggio dell’epoca, a insegnare agli indigeni il valore del lavoro.
Dal momento che la «tassa educativa» era dovuta subito dopo il raccolto, per i contadini il modo più semplice per pagare era vendere una porzione del riso trebbiato ai commercianti cinesi o indiani che s’installarono subito nelle piccole città del paese. Ma al momento del raccolto, il prezzo del riso era, per ovvie ragioni, al minimo: se uno vendeva una parte troppo consistente del suo lavoro, poi non gli rimaneva il necessario per dare da mangiare alla propria famiglia per un anno, e pertanto si vedeva costretto a comprare a sua volta del riso a credito, da quegli stessi commercianti, e più avanti nel tempo, quando i prezzi di mercato erano più alti.
Di conseguenza, i contadini si ritrovarono presto irreparabilmente indebitati (mentre i commercianti raddoppiavano le loro entrate, come usurai). La maniera più semplice per saldare il debito era o trovare un raccolto commercializzabile (cash crop) – per esempio, cominciare a coltivare caffè o ananas – altrimenti mandare i propri bambini a lavorare in città oppure nelle piantagioni che i coloni francesi stavano diffondendo nell’isola, per ottenere un salario.
Nel suo complesso il progetto potrebbe sembrare nient’altro che un cinico disegno per estorcere forza lavoro a buon mercato ai contadini. Questo è vero, ma c’è di più. Il governo coloniale era stato molto esplicito (almeno nei suoi documenti riservati) sulla necessità di lasciare ai contadini almeno un po’ di denaro, assicurandosi che si abituassero a beni voluttuari di second ‘ordine, disponibili nei negozi cinesi (ombrelli parasole, rossetti, biscotti). Era fondamentale che sviluppassero nuovi gusti, nuove abitudini e aspettative, che gettassero le fondamenta di una domanda di consumo che perdurasse anche dopo che l’esercito conquistatore si fosse ritirato, qualcosa che li legasse per sempre alla Francia.
Inoltre, dal momento che le colonie francesi erano obbligate all’autonomia finanziaria, le tasse servivano a sostenere le spese di ferrovie, strade, ponti, piantagioni, tutti progetti che il regime francese desiderava realizzare.
Ai contribuenti malgasci nessuno chiese mai se volessero ferrovie, strade, ponti e piantagioni, né i malgasci hanno ebbero mai voce in capitolo su dove e come costruirle.
Al contrario, per circa mezzo secolo l’esercito e la polizia francese trucidarono un rilevante numero di abitanti del Madagascar che avevano troppo risolutamente disapprovato quell’ordine di cose (più di mezzo milione di vittime, secondo alcuni resoconti, solo durante la rivolta del 1947).
Nonostante il fatto che il Magadascar non avesse mai recato alcun danno comparabile alla Francia, la popolazione di quel paese, fin dal principio, si sentì dire che ERA IN DEBITO CON LA Francia (doveva dei soldi ai francesi).
Anche ai nostri giorni il popolo malgascio deve soldi alla Francia e il resto del mondo riconosce la giustizia di questo principio. La «comunità internazionale» si rende pienamente conto che esiste un problema etico solo allorché realizza che il governo malgascio sta rallentando il pagamento del debito.
(Tratto dal libro « Debito. I primi 5000 anni » di David Graeber)

Ai nostri giorni nessuno considera un crimine contro l’umanità l’aggressione finanziaria verso popoli sovrani, la quale funziona creando dapprima, ad insaputa del popolo, le condizioni di debito in una emessa da un soggetto fuori dal controllo di quel popolo, tecnicamente definita come « moneta non sovrana ».

Dopo di che lo stesso soggetto crea le condizioni per cui quel debito sia tecnicamente impagabile, per cui il popolo sovrano si troverà permanentemente in una situazione di debito.

Il « soggetto creditore » è sempre, come avvenne in Madagascar, il soggetto che in ultima istanza ha il potere di creare il denaro utilizzato (oggi in minima parte cartaceo e in massima parte scritto su schermi di computers).

Il « soggetto debitore » è sempre un soggetto che, non avendo il potere di creare il denaro necessario a pagare il « debito », deve produrre beni reali per ricevere in cambio denaro per pagare una parte di quel debito.

Essendo il debito tecnicamente impagabile, il soggetto creditore ha sempre il potere di imporre al soggetto debitore» delle « riforme » in cambio di una leggera riduzione del debito. Naturalmente tali « riforme » sono finalizzate a privare il soggetto debitore di ulteriori ricchezze reali e di porlo in condizioni sempre maggiori di dipendenza dal soggetto creditore.

Anche l’Italia, da quando il soggetto creditore non è più lo stato, che rappresenta il popolo, ma una banca centrale controllata da soggetti privati, si trova ad essere un « soggetto debitore » che subisce continue depredazioni di ricchezza reale da parte del soggetto creditore.

Oggi l’aggressione militare di una nazione sovrana è generalmente ritenuto un crimine contro l’umanità (a meno che non fatta dagli USA con il sostegno dei mass-media, ma questo è un altro discorso – anzi è lo stesso), mentre l’aggressione finanziaria in corso di una nazione sovrana come l’Italia non è neppure percepito come un fatto in sè, in quanto tutto il sistema dell’informazione di massa e di formazione scolastica non spiega l’esistenza di questi meccanismi.

E’ davvero giunto il momento di reagire a questa continua aggressione al popolo italiano, riprendendoci la sovranità monetaria e le ricchezze che i « soggetti creditori » ci hanno sottratto dal 1981 (anno di privatizzazione di fatto della Banca d’Italia) ad oggi.

Davide Gionco
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Il nemico n.1 dell’Italia si chiama Emmanuel Macron







L’Europa di Emmanuel Macron è quella dove la Francia, tramite dei regolamenti che riesce ad imporre a Bruxelles, mantiene un’egemonia nei Paesi del sud, acquistandone asset a prezzo di saldo.
Egoisticamente, se sei contrario a questo, per lui sei populista ed antieuropeista. Il suo fresco attacco a Matteo Salvini sul crollo del Ponte Morandi segue questo schema. È dettato, infatti, dalla nevrosi di chi, qualora l’Italia si ergesse a guida della rivoluzione nazional-populista in UE, vedrebbe sfumati i suoi piani di renderla sua satellite e ne avrebbe più da perdere.
Parigi, grazie all’acquiescenza dei governi precedenti (specie PD), ha potuto fare shopping sul nostro territorio nazionale per un valore di oltre 52 miliardi di €. Ciò le ha permesso di ostacolarci palesemente e occultamente nell’acquisto dei suoi tesori, impadronirsi delle infrastrutture strategiche per la comunicazione e scalare i vertici dei nostri istituti bancari sistemici.
Il primo caso lo abbiamo visto in Libia nel luglio dello scorso anno. STX si è ritrovata a scalzare Fincantieri con la scusa della sicurezza nazionale. Il secondo con l’entrata a piè uniti di Vivendi in Telecom. Il terzo, invece, mediante la nomina di Jean Pierre Mustier, ex Legione straniera, ad amministratore delegato di Unicredit.
Una mossa il cui obiettivo è facilitarne la fusione con Société Génerale e consentirle di acquisire, di conseguenza, una leva di influenza nelle scelte di Palazzo Chigi. Alleata? No, forza ostile e nemica. Che scontro totale sia. È l’interesse nazionale a chiederlo.
(di Davide Pellegrino)

fonte http://www.oltrelalinea.news/2018/09/03/il-nemico-n-1-dellitalia-si-chiama-emmanuel-macron/

https://alfredodecclesia.blogspot.com/2018/09/il-nemico-n1-dellitalia-si-chiama.html

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