LOCKDOWN ENERGETICO

Antonio Ruben 

LOCKDOWN ENERGETICO: LA PAURA NON CAMBIA NOME, CAMBIA MASCHERA
Stamattina in macchina, direzione stazione. Radio accesa. Ed eccola lì, la parola magica: lockdown. Questa volta “energetico”. Pronunciata con quel tono gonfio, quasi compiaciuto, dal cronista di turno che sceglie anche di metterci, oltre che il tono grave, una necessità salvifica, come se evocare restrizioni fosse diventato un riflesso condizionato, un’abitudine narrativa più che una necessità reale. Del resto i "giornalai" dei salotti in seconda e terza serata ne hanno fatto una missione. Ma non è la parola che colpisce. È la naturalezza con cui ritorna.

Perché il punto non è se ci sia o meno una crisi, le crisi esistono, sempre. Il punto è come vengono raccontate. E soprattutto: perché vengono raccontate sempre nello stesso modo.
Ce lo si poteva anche far spiegare da uno storico come Alessandro Barbero, ma molti lo avevano già capito sulla propria pelle: non era solo emergenza, era un test. Un test di reazione, di adattamento, di obbedienza. Sociale prima ancora che sanitario.
E oggi? Cambia il pretesto, non il meccanismo.
Energia, guerra, instabilità. Prima Pandemia di COVID-19, poi il conflitto in Ucraina, ora la crisi energetica. Una sequenza perfetta. Troppo perfetta per non sollevare almeno una domanda: possibile che la risposta sia sempre la stessa?
Smart working. DAD. Limitazioni. Sacrifici. Sempre richiesti agli stessi.
E intanto si evita accuratamente di parlare delle scelte che ci hanno portato qui. Delle dipendenze costruite, delle alternative scartate, degli interessi che si muovono dietro ogni decisione “necessaria”.
Perché la verità scomoda è questa: il fine non è mai la crisi. Il fine è la gestione della crisi. E nella gestione, qualcuno perde, e qualcuno guadagna. Sempre.
Non serve schierarsi. Anzi, è proprio questo il tranello.
Non è una partita tra buoni e cattivi, tra est e ovest, tra colori e bandiere. È un sistema che funziona proprio perché la maggioranza continua a scegliere da che parte stare, invece di chiedersi chi ha deciso le regole del gioco.
E allora succede quello che abbiamo già visto.
C’è chi tornerà a esporre simboli, a ripetere slogan, a convincersi che “andrà tutto bene” perché crederlo è più facile che mettere in discussione tutto. E c’è chi, invece, resterà in silenzio. A osservare. Non per passività, ma per lucidità.
Perché essere svegli oggi non significa urlare di più. Significa aderire di meno.
La vera rottura non è scendere in piazza. È sottrarsi. Non reagire come previsto. Non accettare automaticamente ogni narrazione confezionata.
Dire no, quando tutti si aspettano un sì.
E non serviranno masse. Basteranno pochi. Come sempre.
Perché ogni sistema regge finché viene accettato. Non quando viene compreso.



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