LO SCOPO ATTIVA IL TUO DNA




(Di Patrizia Coffaro)


Quando una persona trova un significato e uno scopo nella propria vita, la sua fisiologia cambia. E ti dirò di più, in molti casi, questo cambiamento è più potente dell’effetto di tanti farmaci che prescriviamo con leggerezza.
Non sto parlando di ottimismo ingenuo o di pensiero positivo. Sto parlando di qualcosa di molto più strutturato, il modo in cui il cervello interpreta la realtà e decide se siamo in pericolo… o se siamo in cammino. Perché il corpo non risponde agli eventi, risponde al significato che attribuiamo agli eventi.


Quando una persona vive senza uno scopo, il sistema nervoso rimane in una modalità di allerta silenziosa. Non è il trauma acuto, è la mancanza di direzione, la sensazione di non sapere perché ci si alza al mattino. Questa condizione attiva in modo cronico l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Il cortisolo rimane elevato più a lungo, l’infiammazione di basso grado aumenta, la variabilità cardiaca si riduce, il sonno diventa superficiale, la glicemia è meno stabile, imitocondri producono meno energia.


Non perché sei debole, ma perché il cervello interpreta l’assenza di scopo come incertezza esistenziale e l’incertezza, per il sistema nervoso, è minaccia. Al contrario, quando una persona sente di avere un ruolo, una missione, un motivo per cui vale la pena attraversare le difficoltà, accade qualcosa di impressionante. Si attiva la corteccia prefrontale in modo più stabile. L’amigdala si calma, il nervo vago aumenta il suo tono, la coerenza cardiaca migliora, l’ossitocina sale, la dopamina non è più quella nervosa dell’anticipazione compulsiva, ma quella della direzione.


Il sistema immunitario cambia assetto, l’infiammazione si modula, la pressione si stabilizza, il ritmo circadiano si sincronizza meglio. Tutto ciò non è neurobiologia. La scienza negli ultimi anni ha iniziato a studiare seriamente questo fenomeno. Studi longitudinali mostrano che le persone che riferiscono un forte senso di scopo hanno un rischio significativamente più basso di mortalità per tutte le cause, meno eventi cardiovascolari, migliore salute metabolica. Non perché prendano meno farmaci, ma perché la loro fisiologia è meno dominata dalla modalità sopravvivenza.


E qui entra in gioco qualcosa che mi sta molto a cuore: la genetica.
Molti vivono come se il loro DNA fosse una sentenza, Ieggo studiati tipo:


-“Ho la familiarità.”


- “Ho il gene.”


- “È scritto.”


Ma il DNA non è un destino rigido, è un potenziale. L’espressione dei geni dipende dall’ambiente, e l’ambiente non è solo quello esterno, è anche l’ambiente interno... ormoni, infiammazione, neurotrasmettitori, segnali elettrici, ritmo sonno-veglia. Quando una persona vive in uno stato cronico di disperazione o mancanza di significato, aumenta la produzione di citochine infiammatorie, altera la metilazione del DNA, modifica l’espressione genica legata a immunità e metabolismo. Al contrario, uno stato di direzione, connessione e senso di appartenenza modula l’epigenetica.


Non sto dicendo che basta avere uno scopo per guarire da tutto, sarebbe superficiale. Ma sto dicendo che il significato è un regolatore biologico potente e spesso è il pezzo mancante. Ti faccio un esempio concreto. Due persone hanno la stessa predisposizione genetica a una patologia infiammatoria, stesso gene, stesso rischio teorico. Una vive in uno stato di frustrazione cronica, si sente inutile, percepisce la vita come qualcosa che subisce. Dorme male, rumina, si sente in pericolo anche quando non lo è. L’altra affronta difficoltà simili, ma sente di avere un motivo per resistere, ha una direzione. Sente che ciò che fa ha un impatto, anche piccolo. Non è immune allo stress, ma non è definita dallo stress.


Le loro curve infiammatorie nel tempo non saranno uguali, le loro risposte immunitarie non saranno identiche, la loro espressione genica divergerà. Il gene è lo stesso, l’ambiente interno no e lo scopo è parte di quell’ambiente. C’è un altro aspetto poco considerato: il sistema limbico. Il cervello limbico è il centro di interpretazione della sicurezza, se non percepisce direzione, può rimanere bloccato in modalità allerta. Questo mantiene attivi circuiti di difesa che, nel tempo, consumano energia e alimentano infiammazione.


Quando una persona sente di avere uno scopo, il limbico riceve un messaggio implicito: “C’è un futuro.” E la percezione di futuro è un potente modulatore biologico.
Riduce la reattività dell’amigdala, aumenta la resilienza allo stress, modula la produzione di cortisolo, stabilizza il sistema nervoso autonomo... anche i mitocondri, le nostre centrali energetiche, rispondono allo stato emotivo e al senso di direzione. La risposta cellulare al pericolo è un meccanismo primitivo, quando il corpo percepisce minaccia, i mitocondri riducono la produzione di energia a lungo termine e favoriscono modalità difensive, è adattativo nel breve periodo... ma se diventa cronico, porta a stanchezza, dolore diffuso, disfunzione metabolica.


Uno stato di significato e connessione riduce il segnale di pericolo percepito. La cellula torna gradualmente in modalità crescita e riparazione e qui capisci perché alcune persone, nonostante terapie impeccabili, rimangono bloccate. Perché nessuno ha lavorato sul loro senso di direzione. Il significato agisce anche sul sistema cardiovascolare. Le persone con un forte senso di scopo mostrano una maggiore variabilità della frequenza cardiaca. Questo indica un sistema nervoso più flessibile, più adattabile, meno rigido. La rigidità fisiologica è terreno fertile per malattia. La flessibilità è terreno fertile per salute e la flessibilità aumenta quando il cervello percepisce coerenza tra ciò che fai e ciò che senti essere il tuo ruolo.


Poi c’è la questione del dolore. Il dolore non è solo un segnale periferico è un’esperienza modulata dal cervello. Il significato cambia la percezione del dolore, non lo invento io, lo mostrano studi su resilienza, sopravvissuti, atleti, persone che affrontano malattie croniche con una chiara motivazione. Quando il dolore è inserito in una narrativa di senso, la sua intensità percepita cambia, il sistema oppiolde endogeno si attiva di più. La corteccia prefrontale modula la trasmissione nocicettiva. Non è sopportare... è neuroplasticità.


E ora voglio essere molto chiara, lo scopo non è necessariamente qualcosa di grandioso, non è salvare il mondo, non è avere un progetto eroico. Può essere crescere un figlio con presenza, può essere prendersi cura di qualcuno, può essere studiare e divulgare, può essere coltivare un orto e sentirsi parte di qualcosa di più grande, può essere programmare un viaggio nei dettagli, può essere far parte di un gruppo di persone che si incontrano settimanalmente con obiettivi sani, può essere far volontariato, sentire di far parte del mondo con uno scopo.


È la percezione che la propria esistenza abbia un impatto. Il cervello non misura la grandezza oggettiva, misura la coerenza interna. Viviamo in un’epoca in cui si parla tantissimo di genetica, polimorfismi, predisposizioni e va bene, è importante conoscere il terreno. Ma se riduciamo l’essere umano a una sequenza di nucleotidi, perdiamo il pezzo più potente... la direzione. Il DNA è una biblioteca, lo scopo è il bibliotecario che decide quali libri aprire. L’epigenetica è il meccanismo attraverso cui l’ambiente, compreso quello psico-emotivo, accende o spegne capitoli.


E quando una persona vive senza senso, spesso si accendono capitoli legati a infiammazione, stress ossidativo, disfunzione metabolica. Quando vive con significato, si modulano capitoli legati a riparazione, immunoregolazione, resilienza. Questo non significa colpevolizzare chi sta male, sarebbe crudeIe e sbagliato. Significa riconoscere che, oltre agli integratori, oltre ai protocolli, oltre ai farmaci quando necessari, esiste una leva potentissima. La domanda non è solo:


“Cosa devo prendere?”


La domanda è anche:


“Perché mi alzo la mattina?”


Perché il corpo ascolta la risposta.
Ho visto persone cambiare curva infiammatoria dopo aver trovato una direzione. Ho visto migliorare parametri metabolici quando qualcuno ha iniziato a sentirsi utile. Ho visto diminuire ansia e dolore quando una persona ha smesso di vivere in modalità sopravvivenza esistenziale. Non sempre è sufficiente ed immediato, ma è reale e se ignoriamo questo aspetto, stiamo facendo medicina a metà. Il significato non elimina il rischio genetico, lo supera modulandolo.
Non cancella il gene, ne cambia l’espressione, non elimina le difficoltà, cambia la fisiologia con cui le affronti e questo, biologicamente, è enorme.


Perché la salute non è solo assenza di malattia è capacità di adattamento e l’adattamento migliora quando il cervello sa che c’è un motivo per farlo. Forse la vera domanda non è come combattere il mio gene, forse è quale direzione sto dando alla mia energia vitale... perché quando la direzione è chiara, il sistema nervoso si regola. Quando il sistema nervoso si regola, l’infiammazione si modula. Quando l’infiammazione si modula, l’espressione genica cambia e a quel punto, sì, la fisiologia può essere influenzata più di quanto farebbe la maggior parte dei farmaci presi in assenza di senso. Non sto dicendo di buttare via le terapie, sto dicendo di aggiungere la parte che spesso dimentichiamo. Il significato è un regolatore biologico e forse, in un’epoca ossessionata dai protocoIIi, abbiamo bisogno di ricordare che il corpo non guarisce solo perché riceve una molecola.
Guarisce meglio quando sente di avere un motivo per farlo.


XO - Parrizia Coffaro

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