VASCO ROSSI
Per tutto il resto, per tutti voi, o forse per tutti loro, ci pensa lui. Sempre lui. Preciso come un orologio svizzero, puntuale all'appuntamento con il suo pubblico. Non importa se ormai fatica a restare in piedi, se la stanchezza si legge sul volto, se gli anni hanno presentato il conto. Deve esserci. Sempre.
Cosa lo motiva? Non lo so. Chi lo spinge? Forse lo immagino, ma non è questo il punto. Il punto è che quest'uomo rappresenta, nel bene e nel male, una parte consistente di questo mondo addormentato. Un mondo che si accontenta dei simboli, delle icone, delle emozioni confezionate nel ricordo.
Sì, è vero: le sue canzoni hanno emozionato. Sì, è vero: le ho amate anch'io. E trovo persino inutile chi oggi sostiene che non gli sia mai piaciuto. Se un artista riesce ad attraversare tre generazioni e a lasciare una traccia nella memoria collettiva, qualcosa di importante lo ha seminato. Sarebbe sciocco negarlo.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che ciò che ha raccontato per tutta la vita, ciò che ha cantato, evocato e promesso, sembra aver prodotto un risultato che oggi appare quasi irriconoscibile. Ho la sensazione che, se esistesse una macchina del tempo e il personaggio di ieri potesse incontrare quello di oggi, probabilmente gli riderebbe in faccia. O forse gli assesterebbe un paio di pedate simboliche, giusto per ricordargli chi era.
Perché il giovane ribelle che cantava la libertà, che invitava a sfidare il conformismo, che sembrava voler prendere a calci il sistema, oggi appare come qualcuno che quel sistema lo accompagna dolcemente per mano. Non più un antagonista, ma quasi una rassicurante presenza istituzionale.
Nessuno mette in discussione la bravura. Nessuno mette in dubbio il talento, il carisma o la capacità di stare ancora su un palco. Ma ciò che vediamo oggi assomiglia spesso alla rappresentazione di ciò che fu, a una sorta di imitazione di se stesso, a una versione addomesticata di un personaggio che un tempo sembrava impossibile da addomesticare.
Eppure le sue canzoni restano. Restano i sogni che ci hanno fatto fare. Restano quelle parole che parlavano di libertà, di indipendenza, di ribellione. Restano quei testi che ci suggerivano di non piegare la testa, di guardare il potere con sospetto e di non accettare passivamente le regole del gioco.
Poi il tempo passa. Gli artisti cambiano. Le persone cambiano. Alcuni direbbero che maturano. Altri che si accomodano. Ognuno scelga il termine che preferisce.
E così, alla soglia dei settantaquattro, settantacinque anni, chi li conta più ormai, lui continua a riempire stadi e arene, prenotando già il tutto esaurito per l'anno successivo nella capitale. Un fenomeno che merita rispetto, senza dubbio.
Ma il rispetto non implica l'oblio.
Alcuni dimenticano. Io no. E come me molti altri. Ricordiamo le parole, le prese di posizione, gli schieramenti, le compagnie scelte lungo il percorso. Perché sì, si è schierato. Molto. Come molti suoi colleghi. E non c'è nulla di male nello schierarsi: l'idea dell'artista neutrale è una favola buona per chi preferisce il silenzio alle idee.
Anzi, preferisco chi si schiera apertamente. Preferisco chi dice da che parte sta. Almeno è sincero. Quello che trovo più difficile da accettare è la distanza tra ciò che si proclamava e ciò che si è diventati.
Perché l'arte, quando è viva, non dovrebbe accarezzare il potere. Dovrebbe metterlo a disagio. Dovrebbe essere una domanda scomoda, una voce fuori dal coro, un'inquietudine che non si lascia addomesticare.
E in questo senso aveva ragione Fabrizio De André quando sosteneva che l'artista dovrebbe essere un dito medio infilato nel sistema. Non per distruggerlo necessariamente, ma per impedirgli di diventare l'unica verità possibile.
Perché nel momento in cui la ribellione diventa arredamento, il dissenso diventa spettacolo e la contestazione si trasforma in cerimonia, resta una domanda inevitabile: il ribelle è ancora sul palco oppure è sceso da tempo, lasciando soltanto il costume di scena?
A Ruben
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