SCHIAVI COL PORTAFOGLIO:
SCHIAVI COL PORTAFOGLIO: PERCHÉ IL TUO CONTO IN BANCA DIMOSTRA SOLO CHE SEI UN MENDICANTE DELLE GONADI
La macchina biologica umana, se priva di un barlume di veglia interiore, si muove nel mondo convinta di esercitare il libero arbitrio, mentre in realtà risponde esclusivamente ai comandi perentori delle gonadi e dello stomaco. È un'esistenza vissuta in ginocchio davanti agli impulsi più elementari, un pellegrinaggio cieco che non porta a nient’altro che al vuoto cosmico, eppure celebrato quotidianamente come il culmine del successo e della civilizzazione. La tragedia non sta tanto nella sottomissione a queste forze, quanto nella totale incoscienza con cui l'individuo si lascia trascinare, scambiando la propria catena per un gioiello di inestimabile valore. In questo panorama di sonnambulismo collettivo, spicca la figura grottesca di coloro che, avendo accumulato una discreta quantità di pezzi di carta colorata o di cifre su un conto bancario, si sentono improvvisamente superiori all'uomo comune. Questi campioni del materialismo guardano la massa dall'alto del loro attico, convinti di aver scalato la piramide dell'esistenza, senza rendersi conto di essere, in realtà, infinitamente più schiavi delle proprie pulsioni rispetto all'uomo medio che tanto disprezzano. Il ricco borioso crede che il denaro compri la libertà, ma tutto ciò che ottiene è solo un guinzaglio d'oro più corto, che lo trascina con maggiore violenza verso i medesimi bisogni primari: mangiare cibo più costoso per riempire lo stesso identico stomaco, e cercare piaceri più sofisticati per placare le medesime gonadi. La loro presunta superiorità è una farsa tragicomica, poiché la quantità di risorse di cui dispongono non fa che amplificare la loro dipendenza dal piano materiale, rendendoli schiavi di lusso, prigionieri che lucidano le sbarre della propria cella convinti di possedere il castello. Tuttavia, l'illusione non si spezza con una rinuncia ascetica e prematura, né tantomeno con un'immersione bruta e inconsapevole nel godimento. Se l'essere umano decidesse di privarsi dei piaceri materiali fin da subito, per puro dogmatismo o moralismo, non farebbe altro che creare una pentola a pressione di desideri repressi, alimentando il mostro anziché comprenderlo. D'altra parte, se si abbandonasse ai piaceri senza un minimo di lucidità, il meccanismo diventerebbe perpetuo, trasformando l'esistenza in una prigione senza alcuna via d'uscita, una ruota per criceti dove la gratificazione momentanea cancella il ricordo della noia successiva. La chiave di volta risiede in un paradosso apparente: è fondamentale indulgere nei piaceri materiali, ma è necessario farlo portando con sé il germe di una consapevolezza specifica, fondata sul ricordo di quei rari momenti di percezione lucida in cui si è avvertita la vacuità profonda di una vita basata sul solo consumo. Bisogna mangiare il "pane del piacere", masticarlo fino in fondo, ma con l'occhio interiore ben aperto, osservando la dinamica della propria mente e del proprio corpo proprio mentre l'indulgenza ha luogo. Non si può giungere a una piena, totale e salvifica disillusione senza aver prima assaporato la materia; la disillusione non è il frutto dell'astinenza, ma della saturazione cosciente. È il contrasto stridente, e molto doloroso, tra la massima soddisfazione dei piaceri fisici e l'emergere simultaneo di un profondo sentimento di vuoto interiore a porre le basi per il risveglio. Questo contrasto agisce come uno specchio spietato: nel momento esatto in cui il corpo ottiene tutto ciò che desidera e, nonostante questo, l'anima avverte un senso di desolazione e inutilità, crolla l'impalcatura della grande menzogna materialista. Questa chiara percezione rivela che il corpo fisico non è la totalità, ma solo una frazione dell'essere umano totale, una periferia che non può dettare le leggi del centro. La soddisfazione dei piaceri fisici, per quanto raffinata o costosa, non ha la capacità strutturale di nutrire le altre parti dell'essere umano, quelle dimensioni sottili, intellettuali, emotive e spirituali che rimangono costantemente digiune dietro la facciata del benessere materiale. Quando queste parti superiori vengono ignorate, esse iniziano a deperire, e la loro agonia si manifesta sotto forma di una cronica, inspiegabile e sorda infelicità. Questa sofferenza esistenziale non è un malfunzionamento biologico da curare con psicofarmaci o con un altro viaggio di lusso, bensì il sintomo preciso, il grido d'allarme che avverte che le parti più nobili dell'uomo stanno letteralmente morendo di fame. Questa visione della disillusione attraverso l'esperienza cosciente e il riconoscimento del nutrimento negato alle parti superiori dell'essere trova profonde consonanze nella storia del pensiero filosofico e spirituale. Nel Buddismo, ad esempio, il concetto di Saṃvega rappresenta proprio quello shock spirituale, quel senso di urgenza e disillusione che nasce dal constatare la futilità dei piaceri mondani di fronte alla vecchiaia, alla malattia e alla morte; lo stesso Siddharta Gautama non giunse all'illuminazione scappando dal palazzo reale prima del tempo, ma dopo aver vissuto nell'estremo lusso e averne compreso, dall'interno e con piena consapevolezza, l'intrinseca incapacità di estinguere la sofferenza. Nel ventesimo secolo, Gurdjieff ha descritto l'essere umano comune proprio come una macchina biologica addormentata, governata da centri separati che non comunicano tra loro; Gurdjieff sosteneva che l'uomo vive in una prigione ma, non sapendo di esservi, non può nemmeno desiderare di fuggire, e che solo attraverso l'osservazione di sé e il ricordo di sé durante le attività ordinarie, compresi i piaceri, è possibile cristallizzare una coscienza reale. Persino nell'opera del filosofo e sociologo Jean Baudrillard si ritrova questa critica alla società dei consumi, dove l'accumulo di oggetti e piaceri artificiali crea un'illusione di pienezza che maschera un vuoto assoluto, una simulazione in cui il ricco crede di dominare i segni del suo status mentre ne è totalmente posseduto. Dunque, l'unica via d'uscita da questo labirinto di carne e desideri non è la fuga ascetica nel deserto, ma la presenza mentale nel bel mezzo del banchetto. Solo guardando in faccia il proprio padrone interiore, mentre ci ordina di abbuffarci o di accoppiarci, e registrando il vuoto che segue immediatamente la sazietà, si può sperare di far nascere quel disgusto sacro che precede la vera libertà. Fino a quel momento, l'essere umano rimarrà un tubo digerente con le gambe, magari vestito con abiti sartoriali e con le tasche piene di denaro, ma pur sempre un tubo digerente che scambia l'agonia della propria anima affamata per il normale rumore della digestione. Nel mondo delle celebrità e dell'iper-ricchezza, quella che viene contrabbandata come "libertà" non è altro che l'amplificazione della prigionia. L'uomo comune, limitato dalle finanze, ha una barriera naturale che frena i suoi impulsi; non può assecondare ogni singolo capriccio dello stomaco o delle gonadi semplicemente perché deve pagare l'affitto. Questa limitazione materiale, per quanto frustrante, funge da salvagente: mantiene un contatto forzato con la realtà grezza, con la fatica, con il limite. È proprio in questa frizione con il limite che può nascere quel barlume di umanità, quel momento di sofferenza cosciente o di solidarietà autentica che l'uomo comune sperimenta. Nelle alte sfere del privilegio assoluto, invece, questa barriera crolla. Quando la terra diventa un parco giochi privato, ogni attrito scompare. Intorno a queste figure si crea una corte dei miracoli composta da individui ancora più parassitari e schiavi, pronti a compiacere ogni vizio pur di raccogliere le briciole di quel potere economico. Si nuota in una vera e propria melma di adulazione e artificialità. In un ambiente del genere, dove ogni desiderio sensoriale può essere soddisfatto all'istante e senza sforzo, il "germe della consapevolezza" ha pochissime possibilità di attecchire. Senza ostacoli, la dipendenza dai piaceri dei sensi diventa l'unico motore immobile dell'esistenza. L'umanità svanisce perché viene meno il confronto con l'altro: l'altro non è più un essere umano, ma uno strumento di piacere o un pubblico pagante. La beffa della "libertà esterna" si consuma tutta qui: a cosa serve poter viaggiare ovunque, possedere qualunque cosa e disporre di chiunque, se quando chiudi gli occhi sei costretto a convivere con un tiranno interiore – le tue pulsioni – che è diventato ancora più esigente e vorace? Il ricco celebre crede di dominare il mondo, ma è solo il servitore più efficiente delle proprie funzioni biologiche. È un'illusione ottica: l'uomo comune li guarda e invidia la loro libertà di fare ciò che vogliono, senza capire che quel "voglio" non appartiene a loro, ma alle loro gonadi e al loro stomaco. La natura non fa sconti. Chi usa il potere economico solo per espandere la propria periferia fisica, finisce per atrofizzare il proprio centro. Ed è così che l'infelicità di chi ha tutto diventa il sintomo più evidente della fame dell'anima: una fame che nessuna quantità di oro, di sesso o di successo potrà mai sfamare, lasciando dietro di sé solo gusci vuoti che galleggiano, splendidamente vestiti, nel nulla
Egidio Presta
Advanced Mind Institute
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