sabato 1 marzo 2014

U.E, una nuova colonizzazione (Seconda parte)


Vi proponiamo di seguito, la seconda parte (qui la prima) dell’analisi redatta da due docenti di diritto per il lavoro, sul processo di colonizzazione, prodotto in seguito all’introduzione dell’euro in Europa. In questa seconda parte sono proposte delle possibili soluzioni.



Buona lettura

di Héctor Illueca

Docente di Diritto e Ispettore del lavoro e della Previdenza Sociale

di Adoración Guamán
Docente di Diritto e Professoressa di Diritto del lavoro e della Previdenza Sociale
L’Unione europea è stata costruita sulla menzogna. Fin dalla sua istituzione, nel 1961, la Comunità economica europea, la difesa della pace e della libertà, sembravano piuttosto degli obiettivi idealizzati, in uno spazio sovranazionale apparentemente basato su logiche di eguaglianza e solidarietà tra i popoli europei.
Questo ideale agì da esca per la cittadinanza del sud Europa, in particolare quella spagnola, portoghese o greca, le quali emergevano da dittature ansiose di entrare in quello che sembrava essere il club della democrazia e del benessere.
Ad accrescere questo ideale, contribuì notevolmente la pubblicizzata crescita economica della vecchia UE a 15, che si produsse ( a beneficio di alcuni piuttosto che di altri) durante due decenni, concedendogli credito e  un innegabile richiamo al progetto europeo.
Tuttavia, presto, quel “club” non si rivelò né garanzia di democrazia, né di benessere, bensì una trappola per limitare la prima e deprimere il secondo.
In verità, come trattato in un testo precedente, la trappola europea, favoriva una nuova colonizzazione basata su relazioni di forza e caratterizzata dal dominio dei paesi del nord dell’Europa, in particolar modo la Germania.
Il trattato di Maastricht e la nascita dell’euro, scatenarono una guerra commerciale che ha devastato le economie dei paesi periferici, adoperandosi allo stesso modo con i sistemi politici, limitando la sovranità e smantellando il welfare degli stati in difficoltà.
Presto fu chiaro, che quella prosperità, derivava da un precedente sviluppo economico e sociale, determinato da dei piani nazionali, grazie ad un costituzionalismo sociale nato nel post guerra, con dinamiche interventiste e redistributive che l’Unione Europea ha completamente eliminato .
Si tratta, citando le parole di Emmanuel Todd, della negazione dell’Europa.
In questo contesto, appare imprescindibile oltrepassare i margini imposti e cercare di prospettare la rottura con le limitazioni che impediscono l’avanzamento di un programma di trasformazione sociale.
È nostra opinione che, l’uscita dall’euro costituisca un’alternativa necessaria per recuperare la sovranità e  superare la gravissima crisi che stiamo attraversando.  Sarebbe, insieme al rifiuto del pagamento del debito illegittimo, il primo passo di una strategia costituente, che pretenda il riequilibrio dell’economia, nell’ottica di uno spostamento del potere economico e sociale partendo dal lavoro, ponendo lo Stato in una posizione di controllo.




La strategia offre diversi risvolti. Inizialmente è possibile che la svalutazione monetaria aumenti il debito estero, poichè dovrebbe convertirsi in una moneta con maggior valore rispetto alla nostra e sarà difficile soddisfarla. Per quanto riguarda il debito pubblico, (circa 300.000 milioni di euro), sembrerebbe inevitabile la sospensione del pagamento e la realizzazione di un audit pubblico in modo da assicurare una condonazione indispensabile ad alleggerire il peso del debito rispetto l’economia.
Prima di tutto, dovremo dichiarare illegittimo il debito contratto dallo Stato per ristrutturare e riscattare il sistema finanziario, che ha significato un’oscena socializzazione delle perdite accumulate dalle banche nella finanziarizzazione del mercato borsistico e immobiliare.
Per quanto concerne il debito privato, le banche sarebbero sotto pressione rischiando il fallimento.
La tensione cui andrebbe incontro il settore finanziario sarebbe inevitabile, insieme alla nazionalizzazione dello stesso e la creazione di una banca pubblica, al fine di garantire i depositi e assicurare stabilità finanziaria alla piccola e media impresa.
Inoltre e soprattutto, il controllo pubblico sul credito, permetterebbe di affrontare gli squilibri che hanno causato la crisi, convertendo la banca pubblica, in uno strumento chiave, per invertire la finanziarizzazione dell’economia e passare da un modello subordinato, basato sulla speculazione ad uno imperniato sull’economia reale, produttiva ed industriale.
Parallelamente lo Stato dovrebbe nazionalizzare i settori strategici (servizi pubblici, trasporti, energia e comunicazione) e promuovere politiche d’investimento pubblico che, mantenendo la tutela dell’ambiente come pilastro fondamentale, contribuisse a modificare e rinnovare la struttura produttiva del paese, arrestando il processo di deindustrializzazione e specializzazione produttiva derivanti da un’integrazione asimmetrica nell’economia europea.
Come evidenziato da diversi autori, la crisi economica sta provocando un preoccupante deterioramento delle nostre capacità produttive dovuto a una fragilità delle capacità d’investimento e dalla dequalificazione della forza lavoro, aumentando la frattura produttiva che separa il centro dalla periferia.[1]
Da questo quadro emerge l’urgenza della riconversione del modello produttivo, il quale rischia di intraprendere un rapido e drammatico passaggio al sottosviluppo.
Si tratta di iniziare un percorso diverso di crescita, caratterizzato dall’intervento pubblico sull’economia, la collaborazione di un sistema bancario pubblico e il rispetto del principio di sostenibilità dell’ambiente.
Coerentemente a quanto detto, la strategia costituente dovrà affrontare due aspetti cruciali per arrestare e mutare l’offensiva neoliberale:
una riforma fiscale progressiva e una profonda ristrutturazione del mercato del lavoro, che siano espressione di una nuova razionalità economica, al servizio della maggioranza sociale.
Difatti, l’estensione della base imponibile ai settori più potenti e la repressione delle frodi fiscali, consentirebbero di migliorare la spesa pubblica e le prestazioni sociali, sensibilmente deterioratosi a causa dei tagli dei bilanci.
Usando lo stesso metodo, sarebbe possibile riorganizzare il sistema delle pensioni, trasferendo le risorse di bilancio, in modo di garantire la sostenibilità del sistema e del potere d’acquisto [2].
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, urge una risposta forte ed efficacie, che contrasti l’emergenza sociale provocata dal senso d’insicurezza e dalla diffusa disoccupazione ponendola al centro dell’agenda politica.
Da subito, ci troviamo di fronte alla necessità di ripercorrere un cammino intrapreso nel corso degli ultimi due decenni, creando nuovi e dignitosi posti di lavoro, che costituiscano l’asse portante della politica economica.
Di conseguenza bisognerà abrogare tassativamente le due riforme del lavoro espresse dal PSOE ( 2010-11 ) e dal PP ( 2012-13 ).
Le nuove riforme del lavoro dovranno favorire la creazione di posti di lavoro dignitosi e stabili, con salari decorosi, migliorare le condizioni del lavoro, con maggiore attenzione al rispetto della parità uomo/donna, a una nuova ed equa suddivisione delle responsabilità, all’introduzione di giovani e al rafforzamento della contrattazione collettiva.
Partendo da questa base, una delle strategie per combattere la disoccupazione, permettendo una graduale uscita, solidale e progressista, dall’attuale grave situazione, è la riduzione della giornata lavorativa in moda da ricollocare i lavoratori disoccupati.
Questa misura dovrà essere sostenuta da un incremento significativo del salario minimo e dall’estensione dei sussidi di disoccupazione, in modo da contrastare gli effetti negativi degli aggiustamenti interni e dare il via ad un modello diverso di distribuzione della ricchezza prodotta dalla società.
Nei paragrafi precedenti, abbiamo tracciato, la strategia che, a nostro avviso, consentirebbe di superare la dinamica coloniale prodotta con l’introduzione dell’euro.
Naturalmente, l’uso del termine “costituente” assume un significato preciso e coerente con il percorso precedentemente esposto: la chiave si trova nello stimolare un processo costituente destinato a realizzare una piena transizione democratica, che risolva le gravi ed arretrate carenze provocate da suddetta dittatura e rifletta un nuovo equilibrio di forza tra classi e generi.
Non può esserci un riequilibrio economico a favore dei lavoratori, senza una chiara trasformazione dello stato in senso repubblicano, pluralista e democratico, lasciando pieno diritto di decidere al popolo.
Una trasformazione che rifletta un’alleanza politico-sociale, che sostituisca gli inefficienti e corrotti sistemi di governo con la trasparenza e la partecipazione permanente del popolo.
Questo tipo di alleanza, già esiste potenzialmente nella nostra società e potrebbe materializzarsi, se la sinistra politica e sociale si unisse in una svolta radicale intorno ad una strategia costituente, contestando l’egemonia ai poteri oligarchici.
[1] ÁLVAREZ PERALTA, I.; LUENGO ESCALONILLA, F. y UXÓ GONZÁLEZ, J. Fracturas y crisis en Europa. Madrid, Clave Intelectual, 2013.
[2] Vid., en esta línea, el documento “En defensa del sistema público de pensiones”, disponible en http://documentopensiones.org/
Fonte: http://blogs.publico.es/dominiopublico/8857/la-union-europea-una-nueva-colonizacion-y-ii/

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