L'olocausto americanao

250 ANNI DI USA
IL SILENZIOSO GENOCIDIO DEGLI INDIANI PELLEROSSA


Estratto dal libro “Ascesa e declino dell’impero statunitense", tomo I - "Genesi di un regime elitario (dalle origini al 1945)”
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«Un eminente studioso quale Tzvetan Todorov ha definito l’annientamento dei pellerossa, il cui capitolo finale si consuma prima nelle colonie inglesi in America e poi negli Stati Uniti, il “più grande genocidio della storia dell’umanità”. Altri autori, a proposito della tragedia dei nativi in America, in Australia o nelle colonie inglesi in genere, hanno parlato rispettivamente di “olocausto americano” (ovvero di “soluzione finale” della questione degli amerindi), di “olocausto australiano” e di “olocausti tardovittoriani”». (Domenico Losurdo)


«La negazione di questo olocausto è molto più radicata di quella dell’Olocausto nazista. Così forte e radicata è la mancanza di conoscenza dell’olocausto americano, […] che coloro che lo negano non ne sono nemmeno consapevoli. Eppure, alcuni milioni di persone sono morte a causa di questo olocausto». (William Blum)


«Le valutazioni della popolazione nell’attuale territorio degli USA all’epoca dell’arrivo degli anglosassoni all’inizio del XVII secolo sono a lungo rimaste imprecise. Ma oggi si concorda sulla cifra di 10-12 milioni di individui.
Ufficialmente gli USA hanno indicato per molto tempo il numero di un milione: un modo di ridurre l’importanza degli indiani e di minimizzare l’estensione del genocidio che li ha ridotti ai 250 mila del 1900. Il genocidio fu un lungo, tragico e sanguinoso susseguirsi di massacri, di trattati presto violati dagli europei e di epidemie […]. Il tutto accompagnato da furti di interi territori e dalla distruzione delle culture ancestrali degli amerindi». (Robert Pac)


Il genocidio delle popolazioni autoctone dell'America settentrionale meriterebbe ampio spazio, per fortuna dato in diverse opere di rilievo. Ricordiamo La grande storia degli indiani d'America di Jean Pictet, di cui riportiamo alcune righe paradigmatiche:


«di primo acchito, gli europei che colonizzarono il Nuovo Mondo si fecero un'immagine esecrabile dei “nativi” e li trattarono come animali e diavoli dell'inferno, senza fare il minimo sforzo per tentare di comprenderli. In realtà, avrebbero potuto ricevere da loro una lezione di democrazia e prendere a esempio quelle società indigene in cui i capi venivano eletti dal popolo solo dopo aver dato prova del proprio valore. Alcuni membri del clero proclamarono che gli indiani non erano esseri umani, dal momento che la Bibbia non li nominava.
Nel 1702, il celebre predicatore Cotton Mather affermò che era stato il diavolo a crearli.
Così, quando gli indigeni venivano decimati da una malattia portata dall'Europa, i coloni vi scorgevano l'intervento divino, e siccome anche il Cielo si dimostrava troppo lento per i loro gusti, facevano del proprio meglio per aiutare la Provvidenza. Più tardi, quando non fu più possibile continuare ad avallare la teoria secondo la quale i pellerossa erano animali, si iniziò a denigrarli: vivevano nudi, a causa dell'ardore del sole, e li si tacciò di indecenza; cacciavano e coltivavano per soli scopi di sussistenza, e quindi li si accusò di pigrizia; erano sognatori e non cercavano di arricchirsi, dunque dovevano essere stupidi; la loro cultura era diversa, e fu considerata grottesca; la loro religione era demoniaca, orribili i loro costumi, e così via. E una volta che li si ebbe corrotti e ridotti in miseria, li si rimproverò di essere depravati!
Queste idee, come ci si può immaginare, vennero accolte con grande favore, dal momento che giustificavano la spoliazione e lo sfruttamento degli indigeni. Ci si sforzò di persuaderli che appartenevano a una razza inferiore, che non avevano alcun diritto sulla loro terra, che dovevano sottomettersi ai nuovi padroni e adottarne lo stile di vita. Questo atteggiamento non poteva che portare a un punto morto. Gli indiani non si sentivano inferiori e, in effetti, non lo erano affatto.
Non erano pigri, lavoravano solo per garantirsi la sussistenza perché accumulare ricchezze non si accordava con il loro spirito. Giudicavano che i bianchi, avidi d'oro, schiavi di un'esistenza febbrile e futile, fossero pazzi e corressero incontro alla propria rovina.
Preferivano il proprio stile di vita, semplice e libero, a quello degli uomini “civili”, con le sue costrizioni, le sue leggi fastidiose, le sue imposte schiaccianti, le sue classi sociali in contrasto, il suo snobismo, in breve i suoi falsi ideali. Che valore poteva avere una civilizzazione che voleva imporsi a colpi di cannone? I bianchi, inoltre, persero presto credito agli occhi degli indigeni a causa della loro condotta. Dopo aver infranto unilateralmente la maggior parte dei trattati, la malafede di cui diedero prova valse loro un disprezzo definitivo.
Da parte sua la Chiesa non esercitò, in generale, un'influenza positiva sul problema indiano durante il periodo coloniale, quando regnavano troppo spesso l'intolleranza, il fanatismo e l'ipocrisia. Legata allo Stato e intenzionata a mantenere il proprio impero, la Chiesa dovette sostenere la politica dei governi, che praticavano la guerra, la schiavitù, la spoliazione e l'assimilazione. Fu questo, come altre volte, il vero tradimento del clero.
All'inizio della colonizzazione venivano inviati missionari alle tribù soprattutto per pacificarle e guadagnarle alla causa di una potenza “cristiana”; a volte i religiosi facevano anche le funzioni di spie. Più tardi divennero troppo spesso avvocati dell'autorità civile o militare, spingendo gli indiani ad accettare trattati vergognosi. Raramente difesero le loro pecorelle contro il potere che le spogliava. Si può dunque capire come abbiano subito perso la fiducia di questi figli della natura. Un capo indiano diceva ironicamente: “Quando arrivarono, i bianchi avevano il Libro e noi la terra; oggi loro hanno la terra e noi il Libro”. In effetti, dopo Colombo, gli invasori contaminarono l'evangelizzazione con la conquista al punto da non poterle più distinguere».


Pictet ci descrive aspetti che abbiamo visto essere caratteristici dell'intero periodo coloniale. Meno noto è quanto aggiunto di recente da Antonio Santos, che ha segnalato come le pratiche di dominio degli ubermenschen locali siano proseguite perfino dopo l'esperienza drammatica del nazismo tedesco:


«gli USA sono stati fondati quindi sul genocidio di circa 10 milioni di nativi. Ma non finisce qui. Solo tra il 1940 e il 1980, il 40% di tutte le donne nelle riserve indiane sono state sterilizzate contro la loro volontà dal governo. Si dimentichi la storia del Giorno del Ringraziamento, con indiani e coloni a dividere pacificamente un tacchino. La storia degli Stati Uniti inizia nel programma di sradicamento degli indiani: per due secoli, i nativi sono stati perseguitati e assassinati, spogliati di tutto e rinchiusi in minuscole riserve di terre infertili, in discariche di rifiuti nucleari e su terreni contaminati. In pieno secolo XX, gli USA hanno messo in marcia un piano di sterilizzazione forzata delle donne native, chiedendo loro di firmare formulari scritti in una lingua che non comprendevano, minacciandole del taglio dei sussidi o, semplicemente, impedendo loro l’accesso ai servizi sanitari».


La maggior parte dei nativi americani sopravvissuti alle guerre di conquista del “far west” è stata rinchiusa nelle riserve indiane (inizialmente veri e propri campi di concentramento creati nel 1851, poi ghetti e luoghi di residenza), dove hanno potuto mantenere i loro costumi in miseria, anche se molti hanno scelto di trasferirsi nelle città, dove a pochi di loro è stata concessa la possibilità di ricoprire ruoli importanti, quantomeno fino a tempi recenti. Solo nel 1924 sono stati autorizzati a integrarsi nella società e concesso loro il diritto di voto, ma rimangono soggetti alla segregazione razziale che colpisce anche i neri e tutti i non bianchi fino alla firma del Civil Rights Act del 1964. Oltre alla sterilizzazione forzata o attuata con l’inganno, i colonizzatori hanno utilizzato diversi metodi di eliminazione dei nativi e della loro cultura:
- pulizia etnica e deportazione dalle loro terre, spesso attraverso marce forzate sotto la neve e il freddo;
- distruzione del loro habitat tradizionale;
- caccia intensiva ai bisonti, principale fonte di sostentamento dei nativi del Nordamerica;
- riduzione in schiavitù e sterminio attraverso il lavoro;
- strage volontaria;
- atti tesi a provocare lo scontro fra diverse tribù ed etnie (strategia del “divide et impera”);
- diffusione accidentale di nuove malattie (contro cui i nativi non avevano anticorpi);
- diffusione volontaria del vaiolo come arma biologica, regalando consapevolmente agli indiani coperte e cuscini infetti e offrendo loro banchetti con cibo contaminato; una volta diffuso, la mortalità tra i nativi colpisce il 90% dei contagiati;
- atti di provocazione, sacrilegio e oltraggio, anche violenti, a membri della tribù (in modo da provocare appositamente la reazione violenta degli indiani, a causa del loro codice d’onore tribale), per poterli così perseguitare «con giustizia e ragione» (e giustificare la violenza contro di loro come «repressione di popoli barbari e bestiali»);
- guerre aperte, con l’uso delle tecnologie più moderne, come le mitragliatrici;
- omicidi mirati di capi carismatici e uccisioni deliberate di bambini catturati;
- diffusione deliberata dell’alcolismo e droghe.
L'intellighenzia liberale è stata in prima fila nella giustificazione di questo genocidio.
Benjamin Franklin nella sua Autobiografia scrive: «se rientra tra i disegni della Provvidenza estirpare questi selvaggi al fine di fare spazio ai coltivatori della terra, mi sembra probabile che il rum sia lo strumento appropriato. Esso ha già annientato tutte le tribù che precedentemente abitavano la costa».
È pur vero che Franklin, nonostante la fama di grande progressista, avesse un'idea molto selettiva dell'umanità rispettabile e meritevole di diritti:


«ancor prima della rivoluzione americana, a partire dal colore della pelle, Franklin istituisce una gerarchia delle nazioni, che pretende di catalogare l’intero genere umano: “L’Africa è interamente nera o bruna; l’Asia è prevalentemente abitata da gente con la pelle scura”. Lo stesso vale per l’America pre-colombiana: “è interamente scura”. Netta è la prevalenza quantitativa dei popoli di colore. La loro presenza si avverte in qualche modo nella stessa Europa: “Spagnoli, italiani, francesi, russi e svedesi generalmente tendono ad essere di colore vagamente scuro”; non molto meglio se la cavano gli abitanti della Germania. A rappresentare l’umanità più alta restano gli inglesi insediati sulle due rive dell’Atlantico, “il nucleo principale del popolo bianco”, del “popolo bianco in modo puro” (purely white People), e l’unica comunità che incarna la causa della libertà».


La strategia inglese di giocare sull'alleanza con gli indiani per sedare la guerra dei coloni per l'indipendenza convince perfino Paine e Jefferson che la situazione creatasi ponga contingenze straordinarie. Jefferson non nega il «trattamento brutale», lo «sterminio», l'orribile guerra contro quelle che chiama «tribù» selvagge e sanguinarie, ma ai suoi occhi la responsabilità del massacro spetta all'Inghilterra.
Un po' troppo autoassolutorio... perfino Henry Knox, ministro della guerra dell'amministrazione Washington, ha ammesso con una certa preoccupazione che:


«è melanconico riflettere sul fatto che, rispetto alla condotta adottata dai conquistatori del Messico e del Perù, le nostre modalità di popolamento sono state molto più distruttive per i nativi indiani. Lo dimostra in modo evidente la completa estirpazione di quasi tutti gli indiani nella maggior parte delle aree densamente abitate dell’Unione. Uno storico futuro potrebbe descrivere a tinte fosche le cause di questa distruzione della razza umana».


In effetti l'intera “rivoluzione americana” è stata riassunta sotto questo punto di vista dallo storico Francis Jennings, per il quale gli americani bianchi hanno combattuto a est contro il dominio imperiale britannico e a ovest per il proprio imperialismo. Sul carattere “popolare” e “democratico” delle violenze contro gli indiani, da porre in correlazione con la convinzione di essere il popolo cristiano eletto, è netto un altro storico rinomato: «la maggior parte degli americani accettava l'idea che gli indiani fossero un ostacolo per il progresso e una minaccia per la sicurezza dei bianchi».


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