giovedì 13 settembre 2012

COME ELIMINARE UN GOVERNO INFAME?

Se c’è un provvedimento la cui urgenza è evidente per la salvezza del Paese, è l’eliminazione dell’attuale Parlamento. Non solo: è necessario sancire laineleggibilità delle inqualificabili persone che lo compongono, per loro osceno, spudorato tradimento del mandato.

Questa è gente che ormai non ha che uno scopo: tenersi i soldi e i posti, perpetuarli contro la volontà popolare. In questi mesi in cui appoggiano – senza distinzione fra «maggioranza» e «opposizione» – un governo non-eletto, imposto da fuori e da sopra, occupano il tempo nelle due Camere in viscidi rimestamenti per restare lì in eterno e lì ci sono «giovani» come Casini e Fini-in-Tulliani, che sono lì da 28 anni (il Tulliani non ha ancora retituito la villa di Montecarlo), e Rutelli da 19; quello che dormiva su un tesoretto di 40 milioni rubato ai contribuenti, e che solo lo scandalo Lusi, da cui Rutelli si proclama derubato a sua insaputa, ha fatto scoprire; mentre tutti gli altri, i Gasparri e i Larussa e lo stesso Fini, hanno da parte gli stessi tesoretti (truffaldini «rimborsi elettorali»), e non ne parlano; lì c’è ancora Bossi, lì c’è Berlusconi, lì ci sono le prostitute di lusso a cui Berlusconi ha regalato un parlamento e un ministero...

Fanno finta di «fare le riforme», e quel che fanno è o il perdere tempo per arrivare alle elezioni future con il loro Porcellum, calcolando che gli conviene; oppure rimestando il Porcellum per renderlo più proporzionale, anzi proporzionale puro. Bersani, Casini ed Alfano fingono di litigare per le telecamere, ma poi fanno un accordo sottobanco per poter continuare ad assegnare una parte decisiva dei seggi con liste bloccate, ossia perpetuando il parlamento dei nominati («I partiti devono salvaguardare i loro gruppi dirigenti», che altrimenti non verrebbero rieletti spiegherà uno di loro, senza vergogna). Lega e PDL fanno finta di fare il presidenzialismo e il «Senato federale», ma tutto quel che fanno è tentare di non ridurre il numero dei senatori da 315 a 250 membri (un taglietto di nemmeno un terzo) come avevano fatto finta di promettere, aggiungendovi 61 rappresentanti di Regioni, provincie e varie autonomie, sicchè la riduzione risulta limitata a... 4 seggi senatoriali in meno. E nel frattempo, accontentano le loro clientele e lobbies con tutti i mezzi, di nascosto, perpetuando e aggravando il parassitismo italiano che ci ha portato al terzo debito pubblico mondiale, al disastro che viviamo e all’amministrazione controllata che ci è stata imposta.

Con la loro legiferazione mostruosa e proliferante come il cancro, hanno reso l’Italia un Paese disfunzionale, invivibile per le imprese come per i cittadini onesti. Hanno ampliato il settore pubblico parassitario, al punto che oggi siamo l’ultimo Paese «socialista» irriformato rimasto al mondo, senza però dichiararsi socialista (troppo impegno morale, in quel «sociale»), ma anzi «liberista»: dove però il settore pubblico – che risucchia il 55-60% del reddito prodotto – deforma anchè le imprese private: in quanto principale pagatore nel sistema economico, miriadi di imprese private sono però «convenzionate» con il settore pubblico (basti pensare al Servizio Sanitario, in mano ai ladri e delinquenti politici delle Regioni), e dunque il loro profitto non viene dal mercato e dalla concorrenza, bensì dal loro ammanicarsi coi politici regionali. Fino al punto che un «imprenditore», come si ricorderà, per ottenere commesse per forniure ad ospedali, vinceva la concorrenza pagando prostitute d’alto bordo da mettere nel letto del capo del governo (altro «imprenditore privato» con concessione pubblica).

E lasciamo perdere le «privatizzazzazioni delle aziende municipali», finte in modo da distribuire poltrone ai trombati e favori agli amici, senza più nemmeno concorsi pubblici, la conquista di un’altra libertà al malfare e alla corruzione. Lasciamo perdere la scuola pubblica, un dipendente ogni 4 studenti, che sforna analfabeti maleducati e rozzi, incapaci delle forme più semplici di civiltà, incapaci di cogliere idee e concetti, e dunque di reggersi con dignità nel mondo. E la «giustizia»? Inadempiente e golpista insieme, di cui i politici – proprio perchè ne hanno terrore – invece di rimetterla entro i suoi limiti costituzionali, hanno allargato i poteri indebiti fino a consentire ai magistrati l’arbitrio più totale, fino all’intercettazione e al ricatto del Capo dello Stato (che poi questo se lo meriti, è un altro paio di maniche).

Ecco, questa è l’Italia come l’hanno fatta i parlamentari attualmente sulla poltrona. Sono lì da 20, da 30 anni. Sono irriformabili, perchè sono essi stessi il risultato e la risultante della corruzione che hanno creato; la creano attorno a sè come una secrezione naturale, la creano anche solo respirando. 

È fin troppo chiaro che questi non solo non faranno mai alcuna riforma, ma che finchè resteranno lì ostacoleranno e renderanno impossibile qualunque riforma dello Stato, delle burocrazie, della giustizia, della spesa pubblica.

È evidente che la più necessaria riforma è – concettualmente – di una chiarezza abbagliante. Consiste nei seguenti atti.

a – Sciogliere le due attuali Camere.

b – Dichiarare la non-eleggibilità dei membri delle attuali assemblee. 

c – Andare a nuove elezioni per rinnovare le camere con un sistema elettorale adottato di sana pianta dall’estero, per esempio il doppio turno alla francese.

Basta questa enunciazione per capire che questa riforma è impossibile. Lo scioglimento delle Camere può farlo il presidente della repubblica. Ma nemmeno uno come Napolitano, che ha – diciamo – forzato non poco il quadro istituzionale (perchè protetto dai poteri forti transnazionali, per cui ha eseguito gli ordini) non potrebbe sancire l’ineleggibilità, nè tantomento indicare un metodo elettorale. È il Parlamento stesso che dovrebbe farlo. Che io sappia, solo una volta un’assemblea si auto-dichiarò ineleggibile: fu nell’ottobre 1791, in Francia, su proposta di Robespierre. Durò meno di un anno, e Robespierre stesso, che aveva perso il seggio, e il potere, si rifece votare alla Convenzione nel settembre 1792. Una ingenuità che non è stata mai ripetuta.

Tutto il malfare, i parlamentari italiani lo hanno fatto «per legge». «Per legge» si sono votati gli emolumenti scandalosi, senza paragoni con nessun altro Paese del mondo. Per legge si sono assegnati i miliardari rimborsi elettorali , come li hanmo chiamato, che invece sono finanziamento pubblico sovrabbondante dei partiti. Le loro clientele, le favoriscono con leggi e leggine. 

Ciò significa che tutto ciò che fanno è «legale», anche se è odioso e profondamente sovversivo, in una parola illegittimo. Sono un’accolta di invidui abbietti e disonorati, pronti a tutto: e possono farlo per legge.

Questi turpi elementi occupano la legalità. L’hanno sequestrata a loro esclusivo vantaggio, contro l’interesse della collettività. Per spazzarli via, occorrerebbe dunque un potere esterno alle leggi, extra-legale per definizione (e loro sarebbero lesti a gridare, gli infami, che questo potere è «illegale»). Un potere che, come minimo, li obbligasse a votare la propria ineleggibilità alle prossime elezioni; per legge, adottare il doppio turno alla francese. Ciò per salvare la forma della «democrazia parlamentare», infrangendone la sostanza per il bene supremo della nazione. Qualche forza dall’alto, come una dittatura, o dal basso, come una rivoluzione. Qualche cosa che superasse di forza il rituale e il concetto steso di voto. E magari (qui ha ragione Beppe Grillo) smascherasse la illegittimità radicale della loro «legalità» sottoponendoli a un processo tipo Norimberega.

Non mi illudo nemmeno per un attimo che nulla di simile avverrà. Troppi, qui in Italia, godono di pasti gratis del sistema marcio e corrotto, troppi sgavazzano nella «legalità» per pensare anche solo di coagulare, nelle forze che contano (tipo la polizia) o nell’opinione pubblica, un sentimento favorevole a scavalcare la legalità.

Il mio scopo era semplicemente di rendere chiaro ede esplicito il problema. Quando individui che hanno perso la legittimità continuano a sequestrare la legittimità, si descrive una condizione pre-rivoluzionaria. Una situazione che richiede il ricorso a ben altro che il voto, ben altro che la speranza in «riforme»; piaccia o non piaccia, richiede il ricorso di altro, di cui non dico il nome perchè è illegale. Se gli italiani non la vogliono, si tengano questa oscena classe. Ma non sperino nè in ripresa, nè in crescita, nè in un futuro migliore quale che sia per i loro figli.

Maurizio Blondet
(articolo pubblicato il 7 agosto 2012)

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