venerdì 31 gennaio 2014

L’Unione europea: una nuova COLONIZZAZIONE


Dalle pagine online di publico.es, una analisi lucida, del disegno imposto dalle gerarchie europee, attraverso il quale si è concluso il progetta neoliberista, conducendo i popoli del Sud Europa ad una condizione di subalternità, producendo di fatto, una nuova colonizzazione.
di Héctor Illueca
Docente di Diritto e Ispettore del lavoro e della Previdenza Sociale
di Adoración Guamán
Docente di Diritto e Professoressa di Diritto del lavoro e della Previdenza Sociale.
La crisi economica che colpisce il nostro paese e le politiche di austerità imposte dalla Troika (Commissione Europea, BCE e FMI) sta provocando una frattura sociale sempre più evidente.
La cittadinanza osserva attonita lo scadimento della vita quotidiana e la tolleranza del potere ostentato nei confronti dei paesi più privilegiati.
Inevitabilmente, la crescente perdita di benessere materiale, di una sempre più ampia cerchia sociale, procede accompagnata da gravissimi scandali di corruzione, sorti costantemente tra le élite politiche ed economiche, illuminando una società sempre più caratterizzata da ingiustizia e diseguaglianza.
In questo contesto, il sogno di integrazione europea è diventato un incubo, condannandoci ad un duro presente e a un futuro tetro.
Intenzionalmente si è voluta offrire alla cittadinanza un’immagine falsa, ideologica e idilliaca dell’Unione Europea, utilizzando i mezzi di comunicazione per proiettare una visione mitizzata e lontana della realtà:
un’Unione Europea completamente estranea ai principi di coesione e solidarietà, convertita in una sorta di riserva di caccia tedesca nella quale le economie forti sfruttano i loro vantaggi economici e commerciali schiacciando i più deboli.
Un’Unione Europea governata dalla legge della giungla.
Tuttavia, la gravità della situazione economica e la caduta del velo di benessere individuale, stanno facendo sì, che cominci ad affacciarsi tra gli abitanti della periferia, l’idea di essere vittime di una nuova colonizzazione.
È sempre più difficile nascondere l’evidenza che, l’introduzione dell’euro, abbia generato una relazione centro-periferia dentro l’Unione Europea, mettendo a confronto il centro Nord dominante con, il Sud periferico dominato.
Non è più possibile negare che, l’esistenza della moneta unica abbia aiutato la Germania e gli altri paesi ricchi dell’Europa, rafforzando la loro posizione sia di esportatori netti di beni di massa e di consumo, sia come importatori netti di domanda generale.
Per dirla chiaramente e con poche parole: l’unione economica e monetaria ha permesso ai paesi centrali e in particolar modo alla Germania, di accumulare un crescente surplus commerciale dentro il suo raggio di azione europeo, bloccando ogni tipo di svalutazione competitiva e provocando un’intensa ridistribuzione del lavoro a danno delle modeste economie del bacino mediterraneo. Le potenze del centro, come Germania, Olanda e Finlandia, hanno incrementato la loro competitività, riuscendo a mantenere la sovranità nazionale e continuando a finanziare lo stato sociale, grazie alla perdita di competitività, di sovranità e lo smantellamento dello stato sociale dei loro compagni di valuta, della periferia europea.
I lavoratori spagnoli, insieme ai restanti delle economie periferiche si sono convertiti in un serbatoio di manodopera a basso costo. Come evidenziato da alcuni autori, il processo d’integrazione europea, ha generato una nuova divisione internazionale del lavoro, alimentando una dinamica colonialista caratterizzata dall’egemonia tedesca e dalla dipendenza delle economie periferiche.
Tutto ciò spiega il perché, l’azione di controllo dello Stato rispetto al mercato e circa la protezione dei diritti sociali si stia demolendo al ritmo dei diktat dell’unione economica e monetaria.
 Quando le esigenze di processo, contrastano con le disposizioni statali in materia di politiche sociali, gli stati periferici si trovano costretti ad adattare il loro sistema sociale, decurtando continuamente i diritti del lavoro.
Il dumping sociale, non solo, non è stato contrastato, bensì fomentato, ponendo la regolamentazione del fattore lavoro come elemento di competitività e innescando un feroce darwinismo normativo per ridurre gli standard lavorativi e la protezione sociale.
La nuova divisione europea del lavoro, spiega e promuove la progressiva distruzione del modello sociale statale, auspicato dalla Troika, chiaramente visibile in due ambiti fondamentali: la flessibilizzazione dei mercati del lavoro (mediante la diminuzione delle tutele e della stabilità dell’impiego) e la riduzione della protezione sociale, principalmente della Previdenza (riduzione delle pensioni, riforma sanitaria, ecc…).
La sua influenza è evidente anche nella riforma della pubblica istruzione del Ministro Wert, auspicata anche in questo caso dalle istituzioni europee, la quale orienta il sistema educativo verso la creazione di manodopera a basso costo, fornita di conoscenze indispensabili per districarsi adeguatamente nel mercato del lavoro spazzatura, che caratterizza i paesi sottosviluppati.
La posizione di dipendenza periferica, della nostra economia nello schema europeo è radicalmente incompatibile con l’esistenza di pensioni, istruzione e sanità pubblica e di un mercato del lavoro per lo meno decente.
Accettando i dettami della Troika, le classi dirigenti dei paesi periferici, accolgono l’incapacità di affrontare un cammino indipendente dei rispettivi stati, determinando una relazione di subordinazione simile a quella determinata dai classici processi di colonizzazione, caratterizzata dalla tipica spoliazione sistemica delle economie periferiche e lo sfruttamento dei lavoratori.
Non dobbiamo dimenticare che sono le classi dirigenti degli stati membri che hanno costruito e sottoscritto questo modello di Unione Europea la cui legittimità ha appoggiato le più impopolari e dure riforme.
La possibilità di erodere il ruolo negoziale dei sindacati, appoggiò l’infida connivenza delle élite dei paesi in deficit, alimentando una solida alleanza con la borghesia tedesca, in modo da imporre un nuovo ordine socio-politico su scala europea.
In questo contesto, non deve sorprendere, che alcuni settori della sinistra spagnola e europea insistano nel voler riformare l’eurozona come soluzione all’emergenza socio-economica.
Con spirito panglossiano, invocando la necessità “di più Europa”, criticano la frammentazione della politica fiscale e denunciano l’attività di una BCE disposta a fornire grandi quantità di liquidità alle banche, mentre lascia gli stati sprofondare nel debito, affrontando pesanti attacchi speculativi.
Come proposta politica, si reclama l’abolizione del patto di stabilità, la creazione di una autorità fiscale e la modifica dello statuto della BCE in modo che possa concedere liquidità ai paesi in difficoltà.
In un impeto d’ingenuità, si arriva a parlare anche di un “euro buono” nel quale si potrebbe stabilire un salario minimo europeo, in modo da ridurre i differenziali di competitività tra i diversi paesi.
Un’illusione che ha paralizzato per decenni gran parte della sinistra e del movimento sindacale, bloccando la costruzione di un’alternativa al servizio delle classi popolari del nostro paese.
La zona euro è priva di uno stato unico europeo e non vi è alcuna aspettativa che possa crearsene uno in un futuro prossimo.
L’unificazione della politica fiscale significherebbe una completa ristrutturazione della sovranità in tutta l’Unione Europea, costruita intorno ad una rigorosa gerarchia e attenti calcoli d’interessi nazionali e richiederebbe un inesistente consenso.
Qualsiasi riforma dovrebbe rispettare la gerarchia esistente, caratterizzata dal dominio dei paesi del centro, specialmente della Germania.
Più chiaramente, l’euro è stato un mezzo per costruire l’egemonia del capitale tedesco, impostosi inesorabilmente nello scenario europeo, impedendo di realizzare un programma, che soddisfi la maggioranza sociale.
A nostro parere, qualunque agenda politica che intenda rompere realmente con il neoliberismo, anche in senso riformista, deve prendere in seria considerazione un’uscita dall’euro e affrontare l’Unione Europea come tale.
Lapavitsas[2], l’unica uscita progressista per il nostro paese, consiste nell’abbandonare la zona euro e recuperare il controllo della sovranità, segnando un cambiamento radicale del potere economico e sociale, partendo dal lavoro.
Una strategia che inizi con il rifiuto del pagamento del debito sovrano e si estenda a un’uscita dall’euro, permettendo al nostro paese di sfuggire dal cataclisma della svalutazione interna, imposta dall’Unione Europea. Il nostro paese ha un futuro, il quale per essere dignitoso, deve passare necessariamente con il rompere con questa Europa e con le istituzioni europee.
http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/01/lunione-europea-una-nuova-colonizzazione-i/
http://altrarealta.blogspot.it/

vedi anche
é tutto falso, Ci stanno ammazzando di Paolo Barnard

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