la realta' è un'altra

domenica 8 maggio 2011

DON GIOVANNI A CARLOS CASTENEDA:


“Esiste un predatore che è emerso dalle profondità del cosmo e ha assunto il
comando delle nostre vite. Gli esseri umani sono suoi prigionieri. Il predatore è
nostro signore e padrone. Ci ha resi docili, inermi. Se vogliamo protestare, egli
reprime le nostre proteste. Se vogliamo agire indipendentemente, esige che non lo
facciamo... per tutto questo tempo ho menato il can per l'aia, insinuando in voi il
dubbio che qualcosa ci stia tenendo prigionieri. Siamo davvero prigionieri!”
“Tutto questo ha rappresentato una fonte d'energia per gli stregoni dell'antico
Messico... Essi si sono impadroniti di noi perché noi per loro siamo cibo, e ci
strizzano senza pietà poiché traggono da noi il loro sostentamento. Proprio come
noi alleviamo i polli in batterie, i predatori ci allevano in batterie umane, e hanno
così sempre il loro cibo a disposizione”.
“No, no, no, no” [risponde Carlos] “Questo è assurdo, don Giovanni. Ciò che
stai dicendo è qualcosa di mostruoso. Non può assolutamente essere vero, né per
quanto riguarda gli stregoni che gli uomini normali, né per nessun altro”.
“Perché no?” chiese calmo don Giovanni. “Perché no? Perché questa cosa ti fa
infuriare?... Non hai ancora sentito tutto quello che ho da dire. Voglio fare appello
alla tua mente analitica. Pensa per un attimo, e dimmi come spiegheresti le
contraddizioni tra l'intelligenza dell'uomo ideatore e la stupidità dei suoi sistemi di
credenze, o la stupidità del suo contraddittorio comportamento. Gli stregoni
credono che siano stati i predatori a trasmetterci i nostri attuali sistemi di credenze,
la nostra idea di ciò che è bene e male, le nostre abitudini sociali. Sono loro che
alimentano le nostre speranze e le nostre aspettative, i nostri sogni di successo e la
paura di fallire. Ci hanno trasmesso l'avidità, la cupidigia e la codardia. Sono i
predatori a renderci compiacenti, abitudinari e maniaci del nostro ego”.
“Ma come possono fare questo, don Giovanni?” domandò [Carlos], ancora più
irritato da ciò che [don Giovanni] andava dicendo. “Tutte queste cose ce le
sussurrano in un orecchio mentre dormiamo?”
“No, non fanno in quel modo. Sarebbe idiota!” disse don Giovanni, sorridendo.
“Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per farsi ubbidire e tenerci buoni, i
predatori si sono imbarcati in una stupenda manovra - stupenda naturalmente dal
punto di vista di uno stratega. Una manovra orrenda invece, dal punto di vista di
coloro che l'hanno subita. Essi ci hanno infatti ceduto la loro mente! Mi capisci? I
predatori ci danno la loro mente, che diventa la nostra mente. La mente dei
predatori è barocca, contraddittoria, cupa, piena di timore di essere scoperta da un
momento all'altro”.
“So che anche se non avete mai sofferto la fame... avvertite una sorta di ansia
nei confronti del cibo, che non è altro che l'ansia del predatore che avverte che da
un momento all'altro verrà scoperto e il cibo gli verrà negato. Attraverso la mente,
che dopo tutto, è la loro mente, i predatori infondono nella vita degli esseri umani
ciò che a loro conviene. E si assicurano, in questo modo, un grado di sicurezza che
consente loro di agire come tampone nei confronti della loro paura”.
“Gli stregoni dell'antico Messico erano piuttosto a disagio a pensare al
momento in cui [il predatore] fece la sua comparsa sulla Terra. Pensavano che
l'uomo a un certo punto dovesse essere un uomo completo, dotato di una
meravigliosa dimensione spirituale, e con una consapevolezza che oggi sembra
appartenere a leggende mitologiche. E poi, tutto sembra sparire, ed ecco che ora
abbiamo un uomo sedato. Quello che voglio dire è che contro di noi non abbiamo
un semplice predatore. Quest'ultimo è molto intelligente e organizzato. Segue un
sistema metodico per renderci inutili. L'uomo, che era destinato a diventare un
essere magico, non è più magico. È un ordinario pezzo di carne”.
“L'uomo non ha più sogni propri, se non quelli di un animale che è stato
innalzato a diventare un pezzo di carne: sogni banali, convenzionali, idioti”.
Castaneda, 1998

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